venerdì 31 maggio 2013

L'autolavaggio sullo stradone

Sono nato in un paese ai piedi delle Prealpi lombarde.  Davanti c’è il lago di Varese e, sulla sponda opposta una montagna che si chiama Campo dei Fiori.  Essendoci di mezzo il lago ed il suo bacino, la montagna, benché alta poco più di 1200 metri, si erge con una certa imponenza e caratterizza fortemente il paesaggio. Verso nord.
Sono nato in casa, perché mia madre preferiva così; in una stanza sul lato nord della casa, dalla cui finestra si vedeva il Campo dei Fiori.  Sono cresciuto sapendo che da quella parte c’era la montagna e che verso la montagna c’era il nord. La mia dimensione era quella del paesaggio che si vedeva attorno alla mia casa, con quel riferimento da quella parte, forte e naturale. Come alla notte si sa da che parte del letto è la porta o la finestra, come sappiamo da che parte è l’uscita quando entriamo in un luogo sconosciuto.
La direzione, il nord, o la meta, la montagna, non suscitavano in me una particolare attrattiva di per se. Verso nord, oltre la montagna, vi erano luoghi a me sostanzialmente sconosciuti e non particolarmente attraenti. Sapevo che c’erano valli e paesi, dove mi era capitato di andare, che non avevano certo l’attrattività dei luoghi che, con la mia famiglia, si era abituati a frequentare: la città di Varese, a est, l’area metropolitana verso sud dove abitavano zii, nonni, cugini.  Anche la montagna, il Campo dei Fiori di per se non mi suscitava una grande attrattiva. Certo è una bella montagna. Quando mi era capitato di salirci però, il cambio di prospettiva mi spaesava.  Salendo la strada dal versante sud si vedeva chiaramente il mio paese, oltre ai laghi, l’intera pianura padana, Malpensa, le città che, una attaccata all’altra, tappezzavano tutta l’alta pianura fino a Milano. Erano posti che conoscevo, con la differenza della vista dall’alto. Ma arrivati in cima la prospettiva cambiava. Si capiva che oltre il mio nord, oltre la montagna che conteneva il mio mondo, c’erano un sacco di altri nord ed il mondo proseguiva.  A 6 o 7 anni, non ero pronto all’idea di un mondo senza confini e mi dava sollievo ritornar giù, nel mio catino, il mio paesaggio.
Passai così i primi anni della mia vita collocandomi in un luogo rispetto ai punti cardinali. La scuola, rispetto a casa mia, era un pezzo a sud e poi un pezzo ad ovest.  Ma proseguendo ancora un pezzo ad ovest si arrivava in cima ad una collina da cui si dominava un’area industriale vastissima. Quando andavo nei boschi o nei prati a farmi un giro, la montagna, là a nord, mi faceva sempre capire come tornare, anche quando iniziavo, in bici, ad esplorare luoghi che mi erano sconosciuti. Iniziai presto a maturare la necessità di rappresentare il mio mondo dall’alto, in pianta, dato che avevo percepito che la rappresentazione frontale non era adeguata alla mia percezione. A questa necessità fu dovuto un immeritato insuccesso scolastico. In terza elementare si iniziava a studiare la geografia e l’oggetto era il proprio paese. Un giorno la maestra ci chiese di disegnare un luogo che ritenevamo rappresentativo del nostro paese o comunque un luogo del paese che ritenevamo importante. Decisi di disegnare un luogo che amavo e, dato che mi era proibito andarci da solo perché era pericoloso, mi attraeva molto. Si trattava di una palude, il cui nome suonava strano anche a me che lo avevo sempre sentito: Palude Pustenga.  Il problema è che mi venne naturale disegnarla in pianta e non frontalmente come tutti avevano disegnato i loro luoghi.  Iniziata l’opera, delineati con sicurezza i lati nord, est e sud che conoscevo molto bene perché percorsi da strade o sentieri accessibili, mi accorsi di non avere idea di cosa ci fosse sull’inesplorato  lato ovest, che estensione o che forma potesse avere. Chiesi allora aiuto alla maestra: Maestra, ma cosa c’è ad ovest della palude Pustenga? che forma ha?  oltre la palude ci sono prati, boschi o confina con la zona industriale? La maestra mi diede una risposta evasiva, dato che probabilmente era molto  meno collocata nello spazio di quanto non lo fossi io e dato che non immaginava che l’ovest potesse costituire qualche cosa di diverso dallo sfondo di canne ed acqua scura viste frontalmente. La mia pagina, una pagina di quadernone che avevo usato orizzontalmente, rimase bianchissima sul lato sinistro. Presi “si”, che non era né “bravo”, ne “bene”, ma probabilmente “non ti do un brutto voto solo perché prendi sempre bei voti”.
Quanto appreso sui libri poi, le città, le loro dimensioni, gli abitanti, le catene montuose, i fiumi, gli stati… hanno arricchito il mio senso dell’orientamento permettendomi di muovermi in ogni luogo con piena consapevolezza di dove mi trovi.
Quando sono stato negli Stati Uniti mi sentivo molto a mio agio quando, agli incroci tra 2 interstatali, nel deserto, i cartelli indicavano nord, sud, est, ed ovest: lo sapevo già! Certo che, mi dico, vero che di città e paesi ce n’erano ben pochi ma qualche aiuto in più lo potrebbero dare. Negli Stati Uniti comunque la gente deve essere abituata ad orientarsi: se in Italia le indicazioni agli incroci venissero date così, a destinazione ci arriverebbero in pochi. L’abitudine ai punti cardinali, in America, la si vede ovunque e, se non impari a conoscere usi e costumi locali sulla toponomastica resti fregato. 1450 N Sepulveda (la via, Sepulveda, è vera e si legge Sipulvìda, il numero è sparato a caso perché non me lo ricordo) era l’indirizzo di un motel che avevamo prenotato a Los Angeles. Lì, come si sa, è tutto più grande ed un numero civico può durare mezzo kilometro. Quando finalmente ci arrivi è un supermercato. Guardi bene, te la prendi con chi ha prenotato e scritto l’indirizzo, alla fine chiedi ad una signora di colore che esce dal supermercato in piena notte (in America si usa far la spesa anche di notte, non so perché) che ti spiega: Oh scemi, non vedete che questo è 1450 S Sepulveda? Per cosa cavolo credete che stiano N ed S?  In sostanza, la Sepulveda, come tutte le altre vie, è lunga una cinquantina di kilometri, in mezzo c’è lo zero, a nord le numerazioni sono seguite da N, a sud da S. Torniamo indietro e dopo una quarantina di kilometri troviamo il nostro 1450 N.  
Mi immagino un Corso Sempione, che finisce da una parte con il civico  129.312 N a Gallarate e dall'altra con il 39.430 S a Lodi, con l’1N e l’1S  ai due lati di P.zza Duomo a Milano.  Sarebbe il panico.
Perché nel nostro paese nessuno è abituato a parlare di nord, sud, est, ovest…..se non nei deliri politici di quest’ultimo ventennio, che se non altro ha dato a molti una nozione geografica che non avevano: che la Lombardia è a nord del Po. Poi, ulteriori deliri  hanno spinto a partorire nuovi toponimi  (tipo “Padania”),  incasinando quel poco che alcuni avevano inteso.
Per uno che, quando si muove ha in mente le mappe e sa sempre dove si trova il nord, non è facile interagire geograficamente con il resto del mondo. Normalmente le persone si orientano con riferimenti che stanno attorno. Ed essendo l’orientamento una necessità, sanno benissimo dove si trovi qualsiasi esercizio commerciale, distributore, condominio rosa, ristorante.  Le strade sono suddivise nelle categorie di stradine o stradone, con qualche superstrada sparsa qua e là. Il comune nel quale ci si trova spesso è optional, elemento non irrilevante in un area come quella pedemontana dove la maggior parte dei comuni sono conurbati.
Quindi, quando ricevo indicazioni su un posto da raggiungere, di solito pongo delle domande e tutti mi guardano stralunati.  Ma che paese è? Mah, sarà quello lì, o quello dopo, comunque è prima del centro commerciale! Ma che stradone? La sp 1? la statale per Varese?  Ma si, lo stradone, quello lì avanti a destra dopo l’autolavaggio. Cos’è? il sempione, la superstrada….?
Il risultato è che, se devo andare in un posto indirizzato da altri, molto spesso non riesco a raggiungere la destinazione. Me ne sono sempre fregato di autolavaggi e condomini rosa, a meno che non abbiano un interesse per me o siano belli; oppure non siano luoghi che in qualche modo mi attraggono per la loro decadente malinconia, come i distributori gasauto con il loro immancabile cane spelacchiato*, gli alberghi chiusi o certe palazzine degli anni 50.
Ognuno con le sue mappe mentali, io con quelle De Agostini, gli altri con quelle degli esercizi commerciali. Gli altri che san sempre dove trovare un ciclista o un arredo bagno, io i gasauto.  Peccato che ho la macchina diesel…..


*Una libera citazione di un testo teatrale di Marco Paolini che si intitola “I cani del gas” (Einaudi).

domenica 26 maggio 2013

Cugini di Campagna


La contemporaneità, il futuro ed il passato sono rappresentabili con estrema oggettività e chiarezza con un punto e due rette. Un punto che si muove piano, generando l’allungamento della retta del passato (convenzionalmente quella di sinistra), che non ha una reale origine perché infinita; di conseguenza già il concetto di allungamento si incasina. Stessi problemi con quella di destra, del futuro. Perché muovendosi il punto del presente dovrebbe accorciarsi ma i problemi, benché opposti, sono gli stessi della rappresentazione del passato. Evidentemente, quando si genera una situazione di questo tipo, ci si trova di fronte ad un paradosso: il che significa che si è partiti dalla prospettiva sbagliata. Confessando tutta la mia inadeguatezza alla soluzione del problema, mi sento però anche di rilevarne un altro: l’infinità del tempo, che si genera, presumo, dall’infinità dei numeri.  Quindi la legittimità di misurare il tempo indipendentemente dalle cose e dalla vita.  Si potrebbe, per convenzione definire che il tempo abbia un’origine come si presume ce l’abbiano le cose e la vita ed abbia una fine come, si presume, potrebbero avere le cose e la vita. Il tutto ovviamente smentibile dalla scienza, dalla religione, dalla speranza.  Ci sarebbe però una conseguenza: se la retta del passato, benché non infinita, è ben lunga, quella del futuro non possiamo saperlo.
La storia  che, rispetto alle problematiche delle rette di cui sopra, si occupa solo di quella  di sinistra, riporta il tempo in una dimensione un  po’ più gestibile dalla nostra conoscenza.  Qualsiasi rappresentazione di linea del tempo inizia solitamente con uomini che hanno sviluppato un qualche grado di abilità nell’utilizzo di utensili, capacità di coltivare ed allevare attorno ai 10.000 anni fa.  Un abisso insomma un po’ più comprensibile dalla nostra mente.  Ci sono aree di questa rappresentazione che risultano dense ed affollate. Di solito sono quelle che si avvicinano al presente, che godono di una maggior analiticità. Ma anche fasi della storia cruciali e ricche, come la storia dell’antica Roma. Sono sempre stato affascinato dai periodi meno “densi”, quelli che nei libri di storia sono rappresentati in  maniera più frettolosa, di cui in poche pagine si rappresentano secoli.  Penso ad esempio a quel periodo di storia medioevale successivo alla caduta dell’impero romano:  le grandi città ridotte a villaggi, i commerci ridotti al minimo, le incursioni di popoli venuti da lontano, i monaci traghettatori verso il futuro della cultura classica. A leggere di quei periodi si pensa alla sfortuna di quelle generazioni nate in un mondo che si era involuto, incerto, povero.
Il tempo della vita umana costituisce una terza forma di tempo, l’unica veramente comprensibile ed esperibile dall’uomo.  Ciò che la nostra mente è in grado di intendere non è in realtà la durata o la lunghezza del tempo.  A 10 anni o a 40, dietro di noi c‘è la lunghezza di tutta la vita vissuta, dinanzi una parte di vita che supponiamo di vivere, con una tendenziale rimozione dell’idea di fine. Gli elementi che abbiamo a disposizione per comprendere la quantità di tempo trascorso sono legati alla quantità di esperienze vissute, alla mutazione degli usi, dell’estetica, delle scoperte tecnologiche.   
In sostanza mi pare si possa affermare che vi siano 3 diverse modalità di rappresentare il tempo: sono convinto che esistano lingue, di cui ignoro l’esistenza, che usino 3 termini diversi per rappresentare il tempo oggettivo, il tempo della storia ed il tempo dell’uomo.  
Queste 3 dimensioni dialogano con estrema fatica. Se la dimensione oggettiva del tempo di solito interessa solo gli scienziati e non muove nei più  grandi passioni, il dialogo che trovo più complesso è quello tra il tempo storico ed quello dell’uomo.  Ognuno si arroga infatti la capacità di saper dare una lettura “storica” delle precedenti fasi della propria vita, di saper oggettivare e trattare con sguardo critico gli accadimenti che hanno riguardato il proprio passato, sia privati che pubblici. In realtà la nostra lettura del passato è fortemente condizionata dalla lettura affettiva di se e del proprio passato.  Insomma la “malinconia”, la sehensucht  verso ciò che non sarà più, costituisce una inevitabile lente deformante degli eventi; dove gli eventi, le mode, gli oggetti,  sono lo sfondo comune dei nostri ricordi.
Chiunque sia stato bambino negli anni settanta trova struggente ascoltare alcune canzoni e quando commenta una canzone di quei tempi su You Tube, dice che è stupenda, che la voce della cantante è impareggiabile e chitarristi così non se ne trovano più….anche se magari in quei tempi quello stesso brano o quello stesso gruppo era considerato commerciale o banale. Anni fa Fabio Fazio fece quel bellissimo programma in cui venivano riproposte musiche degli anni 70, come “Anima Mia” dei Cugini di Campagna. Lì, 30 anni dopo, erano musiche sublimi, quasi con dignità letteraria. A quei tempi, peraltro caratterizzati da una certa polarizzazione tra la musica “impegnata” e la musica “commerciale”, i Cugini di Campagna non muovevano certo le riviste specialistiche.  Senza scomodare la musica, che è uno degli elementi che con maggior facilità generano il ricordo, il racconto della storia di un periodo della nostra vita è quasi sempre entusiastico.  Sempre di quegli anni erano rivoluzionarie le auto, il design, addirittura la politica. Si dipinge un passato in cui il mondo era sempre più sicuro di quanto non lo sia oggi, pur se le cronache di rapimenti e di atti terroristici riempivano le pagine dei giornali.
La sensazione è insomma che il passato sia sempre un’età dell’oro; il decennio che ha caratterizzato l’infanzia di chi è poi diventato adulto, diviene un momento nel quale sono successe cose irripetibili e bellissime. E che vanno poi a generare il fiorente mercato del revival.  I Cugini di Campagna diventano pari ai Pink Floyd, gli anni 80 del disimpegno e dell’edonismo diventano ruggenti ed irripetibili….
Con tutto ciò intendo dire che dovremmo sempre fare i conti quanto raccontiamo la “storia”. Di solito stiamo raccontando la nostra storia, la nostra infanzia, i nostri 20 anni, gli inizi eroici della nostra carriera lavorativa, la nostra scoperta dell’età adulta. La nostra cerchia di affetti, il nostro gruppo, la nostra musica. Un periodo in cui siamo stati forti come leoni o un periodo in cui ci osserviamo con indulgente affetto per la nostra debolezza. Dovremmo spiegare, soprattutto a chi è più giovane di noi, che stiamo raccontando la nostra vita ed abbiamo tutto il diritto di dipingerla in una dorata età dell’oro;  perché il nostro istinto ci spinge ad amarci ed a sistemare per bene il nostro passato, facendo emergere le immagini più belle e seppellendo quelle che non vogliamo più avere sotto gli occhi e collocando il nostro passato nel posto giusto e nel momento giusto . Ma è un racconto di noi, non la storia.
Resta, per chiudere il cerchio, il presente ed il futuro, secondo la rappresentazione del tempo della vita umana. Se la lente della malinconia sdogana tutto il passato, il presente è una lotta per capire quale tra le infinite possibilità sia adeguata alla nostra vita. Nel presente abbiamo la responsabilità di respingere o ricercare un affetto, di fare una scelta imprenditoriale che si rivelerà adeguata o meno, facciamo scelte con i nostri figli, la nostra famiglia; ascoltiamo una musica per la prima volta, vediamo un nuovo libro in libreria, acquistiamo una casa o un auto, scegliamo un lavoro. Nulla nel presente ci da le garanzie del passato, nulla ci da la garanzia di essere al posto giusto e nel momento giusto, o che il mondo prenderà quella via piuttosto che un’altra.
Ma, tra la malinconia per il passato e l’adrenalina per un salto in avanti….facciamolo cazzo, fino all’ultimo giorno che ci resta!
P.S. Non ho nulla contro i Cugini di Campagna, anzi.  Ascoltando “Anima Mia” nell’interpretazione di Baglioni ho riscoperto quel pezzo della mia infanzia. E’ che, quando ero piccolo, in un appartamento attiguo la nostro, abitava un tizio che al mattino scendeva le scale con gli zoccoli di legno del Dott. Sholl e cantava Anima Mia facendo anche la voce in falsetto. In casa mia, i miei fratelli maggiori,  ascoltavano Genesis e Pink Floyd e deridevano il vicino per i suoi gusti musicali e le qualità canore, ponendo così un macigno sui miei ancora acerbi gusti:  tutto ma non i Cugini di Campagna!

giovedì 23 maggio 2013

Ouverture


Sono nato nel 1968, una delle ultime leve cresciute con sistemi di comunicazione tradizionali. Insomma, senza telefonino, computer, ipvari,  mail, social network.  Telefonino dal 1997, un po’ per lavoro, un po’ perché sembrava incredibile chiamare qualcuno mentre si era in viaggio in auto. Ma non era un mezzo di comunicazione come oggi lo si può intendere. Telefonare costava così tanto che non ci si poteva certo permettere di conversare o scambiarsi opinioni.  E-mail dal 1998, ma solo al lavoro. Per inviare e ricevere bisognava connettersi, dal modem usciva quella musichetta metallica a 3 toni con un gorgheggio finale e la magia era compiuta.  Poi, pian piano internet.  Pian piano però. Non ho consultato nessun giornale o visto alcun video l’11 settembre 2001. Ho sentito alla radio, al lavoro, cosa era successo. Ed ho visto le prime immagini rientrando alla sera, alla cassa di un distributore di benzina dove era accesa una televisione.   Nel 2002, alla fine di ottobre, io, la mia compagna e nostra figlia, che aveva un anno, siamo partiti per un week end ad Annecy, senza neanche sognarci di consultare un sito meteo. Diluviava, le strade erano allagate. Il mio istinto geografico-meteorologico mi diceva che spostandoci verso la Costa Azzurra, avremmo trovato il sole. Infatti, giunti a Cannes, che non è poi così vicina ad Annecy,  alla domenica a mezzogiorno, c’era il sole. Ed era anche ora di mettersi in viaggio per tornare. Più o meno nel 2004 abbiamo messo una connessione internet a casa, che collegava il nostro dinosauro informatico al mondo. Il dinosauro, che fino al giorno prima aveva dignitosamente assolto il compito di farci giocare a Napoleon Solitaire (gioco di carte), non favoriva la velocità delle connessioni internet del tempo. Il risultato era che, quando alla sera ci riunivamo per consultare il sito meteo della Radio Televisione Svizzera Italiana (massima autorità sul meteo di nord Lombardia e Svizzera), le icone ci mettevano almeno un paio di minuti a comparire sul video. Il cambio di pagina, dal tempo previsto alle temperature, richiedeva un altro minuto. E la pazienza era finita: il mondo andava veloce  verso  il dominio del world wide web lasciandomi tutto sommato indifferente.  Connessioni più veloci, il portatile, dal 2008, a casa ed al lavoro, mi hanno poi fatto scoprire quel mondo che mi lasciava indifferente generandomi uno stupore infantile. Tante informazioni, che un tempo dovevo chiudermi in Sormani un pomeriggio per scovare, tanti dati che non avrei saputo neanche su che libri cercare…tutti lì, in un secondo.
Dicevo pero’ che sono cresciuto avendo a disposizione mezzi di comunicazione tradizionali. Nel senso che, durante la mia adolescenza e la post adolescenza, quando l’esigenza di comunicazione è più forte, continua, quasi convulsa nel faticoso lavoro di confronto con il gruppo, il mezzo di cui fruire era sostanzialmente quello del confronto diretto.  Tutti avevamo il telefono a casa. Fisso e con la rotella. I più fortunati avevano il cordless, i ricchi il telefono in camera. I più in una stanza dove non c’era nessuna privacy e sotto lo sguardo di rimprovero dei genitori, per i quali, comunque andasse, anche quando le telefonate le ricevevi,  facevi spendere troppo di telefono. Quindi con gli amici, i compagni, la morosa, ci si trovava fuori, in un posto nel quale ci si era dati appuntamento la sera prima, all’ora stabilita. Se uno non arrivava, se avevi la fortuna che lì vicino ci fosse una cabina, lo chiamavi; altrimenti amen,  voleva dire che ti aveva tirato un pacco.
Io in realtà non ero tanto uno “da piazza”. Nel senso che non amavo andare in piazza, o sul lungolago e stare lì, con un gruppo nella sua formazione tipo:  elementi centrali stabili e dominanti, ali variabili, capacità di iniziativa scarsa, osservazione dei passanti.  Per mera difficoltà a stare nel gruppo ( o per mia inclinazione),  ho sempre avuto rapporti di amicizia stretti da cui originava il desiderio di girare l’America in 4, o andare a Parigi in 2, o parlare di Petrarca o di Leopardi in 3. Ci si sballava con le tinte forti dei poeti preromantici e si sognava di arrivare a Los Angeles, in auto, la notte, dal deserto. E vedere le luci della città emergere dal buio delle notti del West. O si sognava con la propria ragazza di arrivare fino in Svezia in macchina, magari avendo un giorno una macchina in grado di superare le Alpi, avendo sempre io a disposizione auto affidabili su tratte di 15-20 km al massimo.
Per condividere questi sogni, per programmare epiche imprese, io, i miei amici, la mia ragazza, ci scrivevamo. Delle volte, quando uno ne aveva voglia e senza obbligo di risposta. La sera, quando bisognava iniziare l’impresa di un nuovo esame all’università o in treno. Era un po’ come stare con qualcun altro, quello a cui raccontavi, mentre si scriveva. Darsi una lettera era una cosa molto naturale, riceverla era molto bello. Era scoprire cosa aveva da raccontarti qualcuno e gioire perché voleva raccontarlo proprio a te.
Il supporto della lettera, la carta, aveva il suo significato. Premetto, per chi ha qualche anno in meno di me, che le risme di fogli A4 che adesso richiamano l'idea di carta, erano cosa rara e non a disposizione dei più.  Avevo un’amica che staccava i fogli dal quaderno e li rifilava con la forbice lungo il bordo che era stato staccato. Non era una cosa elegantissima. A vedere quelle lettere facevano venire subito in mente i compiti in classe. Qualcuno usava i blocchi: meglio, di solito i fogli erano fatti apposta per essere staccati ed almeno non sembravano compiti in classe.   Personalmente avevo una gran passione per la carta da lettera. La carta da lettera era molto diffusa ed era un must tra le cose da regalare. Prediligevo la carta più spessa, non troppo liscia, dove mi veniva meglio scrivere con la stilo o il pennarello con punta 0,1. Bianca coi bordi lavorati, o avorio, o grigia chiara. Con decorazioni solo  minimali.
Col tempo poi, crescendo io, i miei amici, la mia compagna, ci siamo scritti sempre meno. Tanti di quei sogni di avventure li abbiamo realizzati. Parigi in 2, l’America in 5, dove abbiamo visto, la notte, viaggiando nel deserto, le luci della città che si avvicinavano.  Qualche lattina di birra nel baule, la musica ed i finestrini abbassati.  Abbiamo valicato le Alpi, ma anche i Pirenei, le Cevennes, la Senna…  Tanti altri si sono poi realizzati senza averli sognati allora. Che i sogni di adulto, non si sanno sognare a 20 anni.
Oggi, se porgessi una lettera, su carta da lettera, ad uno miei antichi corrispondenti, sarebbe probabilmente felice di riceverla come un tempo. Ma compirei un atto nostalgico. Un “Grande Freddo“ dei nostri 20 anni e di come era il mondo.  Che è facile farsi abbindolare dall’epicità delle cose passate, trasmesse sempre a chi ancora non c’era, come una fulgente stagione dell’oro in contrasto con la freddezza del presente.
Per me, che sono cresciuto così, con una tecnologia vintage e la carta da lettera, è una sfida  scrivere su un blog o su qualsiasi aggeggio che potenzialmente può propagarsi nella rete all’infinito. Le mie lettere finivano in una tasca o in un cassetto. Forse oggi non ce n’è più traccia, perse in un trasloco, riamaste tra le cose lasciate a casa dei genitori e poi buttate…. Una traccia in rete non ha potenzialmente una fine,
Pero’, anche se son cresciuto così, voglio continuare a crescere. Ed allora, operando un atto di fiducia,  ho chiesto a Giacomino, che negli anni novanta non aveva 20 anni ma è nato, di aiutarmi a fare questa cosa.