Sono nato in un paese ai piedi delle Prealpi lombarde. Davanti c’è il lago di Varese e, sulla sponda
opposta una montagna che si chiama Campo dei Fiori. Essendoci di mezzo il lago ed il suo bacino,
la montagna, benché alta poco più di 1200 metri, si erge con una certa
imponenza e caratterizza fortemente il paesaggio. Verso nord.
Sono nato in casa, perché mia madre preferiva così; in una
stanza sul lato nord della casa, dalla cui finestra si vedeva il Campo dei
Fiori. Sono cresciuto sapendo che da
quella parte c’era la montagna e che verso la montagna c’era il nord. La mia
dimensione era quella del paesaggio che si vedeva attorno alla mia casa, con
quel riferimento da quella parte, forte e naturale. Come alla notte si sa da
che parte del letto è la porta o la finestra, come sappiamo da che parte è l’uscita
quando entriamo in un luogo sconosciuto.
La direzione, il nord, o la meta, la montagna, non
suscitavano in me una particolare attrattiva di per se. Verso nord, oltre la
montagna, vi erano luoghi a me sostanzialmente sconosciuti e non
particolarmente attraenti. Sapevo che c’erano valli e paesi, dove mi era capitato
di andare, che non avevano certo l’attrattività dei luoghi che, con la mia
famiglia, si era abituati a frequentare: la città di Varese, a est, l’area
metropolitana verso sud dove abitavano zii, nonni, cugini. Anche la montagna, il Campo dei Fiori di per
se non mi suscitava una grande attrattiva. Certo è una bella montagna. Quando
mi era capitato di salirci però, il cambio di prospettiva mi spaesava. Salendo la strada dal versante sud si vedeva
chiaramente il mio paese, oltre ai laghi, l’intera pianura padana, Malpensa, le
città che, una attaccata all’altra, tappezzavano tutta l’alta pianura fino a
Milano. Erano posti che conoscevo, con la differenza della vista dall’alto. Ma
arrivati in cima la prospettiva cambiava. Si capiva che oltre il mio nord,
oltre la montagna che conteneva il mio mondo, c’erano un sacco di altri nord ed
il mondo proseguiva. A 6 o 7 anni, non
ero pronto all’idea di un mondo senza confini e mi dava sollievo ritornar giù,
nel mio catino, il mio paesaggio.
Passai così i primi anni della mia vita collocandomi in un
luogo rispetto ai punti cardinali. La scuola, rispetto a casa mia, era un pezzo
a sud e poi un pezzo ad ovest. Ma
proseguendo ancora un pezzo ad ovest si arrivava in cima ad una collina da cui
si dominava un’area industriale vastissima. Quando andavo nei boschi o nei
prati a farmi un giro, la montagna, là a nord, mi faceva sempre capire come
tornare, anche quando iniziavo, in bici, ad esplorare luoghi che mi erano
sconosciuti. Iniziai presto a maturare la necessità di rappresentare il mio
mondo dall’alto, in pianta, dato che avevo percepito che la rappresentazione
frontale non era adeguata alla mia percezione. A questa necessità fu dovuto un
immeritato insuccesso scolastico. In terza elementare si iniziava a studiare la
geografia e l’oggetto era il proprio paese. Un giorno la maestra ci chiese di
disegnare un luogo che ritenevamo rappresentativo del nostro paese o comunque
un luogo del paese che ritenevamo importante. Decisi di disegnare un luogo che amavo e, dato che mi era proibito andarci da solo perché era pericoloso, mi
attraeva molto. Si trattava di una palude, il cui nome suonava strano anche a
me che lo avevo sempre sentito: Palude Pustenga. Il problema è che mi venne naturale
disegnarla in pianta e non frontalmente come tutti avevano disegnato i loro
luoghi. Iniziata l’opera, delineati con
sicurezza i lati nord, est e sud che conoscevo molto bene perché percorsi da
strade o sentieri accessibili, mi accorsi di non avere idea di cosa ci fosse sull’inesplorato
lato ovest, che estensione o che forma
potesse avere. Chiesi allora aiuto alla maestra: Maestra, ma cosa c’è ad ovest
della palude Pustenga? che forma ha? oltre la palude ci sono prati, boschi o
confina con la zona industriale? La maestra mi diede una risposta evasiva, dato
che probabilmente era molto meno
collocata nello spazio di quanto non lo fossi io e dato che non immaginava che
l’ovest potesse costituire qualche cosa di diverso dallo sfondo di canne ed
acqua scura viste frontalmente. La mia pagina, una pagina di quadernone che
avevo usato orizzontalmente, rimase bianchissima sul lato sinistro. Presi “si”,
che non era né “bravo”, ne “bene”, ma probabilmente “non ti do un brutto voto
solo perché prendi sempre bei voti”.
Quanto appreso sui libri poi, le città, le loro dimensioni,
gli abitanti, le catene montuose, i fiumi, gli stati… hanno arricchito il mio
senso dell’orientamento permettendomi di muovermi in ogni luogo con piena
consapevolezza di dove mi trovi.
Quando sono stato negli Stati Uniti mi sentivo molto a mio
agio quando, agli incroci tra 2 interstatali, nel deserto, i cartelli
indicavano nord, sud, est, ed ovest: lo sapevo già! Certo che, mi dico, vero
che di città e paesi ce n’erano ben pochi ma qualche aiuto in più lo potrebbero
dare. Negli Stati Uniti comunque la gente deve essere abituata ad orientarsi:
se in Italia le indicazioni agli incroci venissero date così, a destinazione ci
arriverebbero in pochi. L’abitudine ai punti cardinali, in America, la si vede
ovunque e, se non impari a conoscere usi e costumi locali sulla toponomastica
resti fregato. 1450 N Sepulveda (la via, Sepulveda, è vera e si legge Sipulvìda, il numero è
sparato a caso perché non me lo ricordo) era l’indirizzo di un motel che
avevamo prenotato a Los Angeles. Lì, come si sa, è tutto più grande ed un
numero civico può durare mezzo kilometro. Quando finalmente ci arrivi è un
supermercato. Guardi bene, te la prendi con chi ha prenotato e scritto l’indirizzo,
alla fine chiedi ad una signora di colore che esce dal supermercato in piena
notte (in America si usa far la spesa anche di notte, non so perché) che ti
spiega: Oh scemi, non vedete che questo è 1450 S Sepulveda? Per cosa cavolo
credete che stiano N ed S? In sostanza,
la Sepulveda, come tutte le altre vie, è lunga una cinquantina di kilometri, in
mezzo c’è lo zero, a nord le numerazioni sono seguite da N, a sud da S.
Torniamo indietro e dopo una quarantina di kilometri troviamo il nostro 1450 N.
Mi immagino un Corso Sempione, che finisce da una parte con
il civico 129.312 N a Gallarate e dall'altra con il
39.430 S a Lodi, con l’1N e l’1S ai due
lati di P.zza Duomo a Milano. Sarebbe il
panico.
Perché nel nostro paese nessuno è abituato a parlare di
nord, sud, est, ovest…..se non nei deliri politici di quest’ultimo ventennio,
che se non altro ha dato a molti una nozione geografica che non avevano: che la
Lombardia è a nord del Po. Poi, ulteriori deliri hanno spinto a partorire nuovi toponimi (tipo “Padania”), incasinando quel poco che alcuni avevano
inteso.
Per uno che, quando si muove ha in mente le mappe e sa
sempre dove si trova il nord, non è facile interagire geograficamente con il
resto del mondo. Normalmente le persone si orientano con riferimenti che stanno
attorno. Ed essendo l’orientamento una necessità, sanno benissimo dove si trovi
qualsiasi esercizio commerciale, distributore, condominio rosa,
ristorante. Le strade sono suddivise
nelle categorie di stradine o stradone, con qualche superstrada sparsa qua e
là. Il comune nel quale ci si trova spesso è optional, elemento non irrilevante
in un area come quella pedemontana dove la maggior parte dei comuni sono
conurbati.
Quindi, quando ricevo indicazioni su un posto da
raggiungere, di solito pongo delle domande e tutti mi guardano stralunati. Ma che paese è? Mah, sarà quello lì, o quello
dopo, comunque è prima del centro commerciale! Ma che stradone? La sp 1? la statale per Varese? Ma si, lo stradone, quello lì avanti a destra
dopo l’autolavaggio. Cos’è? il sempione, la superstrada….?
Il risultato è che, se devo andare in un posto indirizzato
da altri, molto spesso non riesco a raggiungere la destinazione. Me ne sono
sempre fregato di autolavaggi e condomini rosa, a meno che non abbiano un
interesse per me o siano belli; oppure non siano luoghi che in qualche modo mi
attraggono per la loro decadente malinconia, come i distributori gasauto con il
loro immancabile cane spelacchiato*, gli alberghi chiusi o certe palazzine
degli anni 50.
Ognuno con le sue mappe mentali, io con quelle De Agostini,
gli altri con quelle degli esercizi commerciali. Gli altri che san sempre dove
trovare un ciclista o un arredo bagno, io i gasauto. Peccato che ho la macchina diesel…..
*Una libera citazione di un testo teatrale di Marco Paolini
che si intitola “I cani del gas” (Einaudi).