martedì 15 luglio 2014

Il navigatore

Non sono tra quelli che criticano per partito preso le nuove tecnologie, solo perché prendono il posto di dispositivi o abitudini la cui inesorabile uscita di scena rimanda sentimenti di nostalgia e del tempo che passa.  Una innovazione su tutte mi segnò:  il giorno in cui  usci Zooropa degli U2 nel 1993 mi precipitai a comprarlo e scoprii che era uscito solo in cd e cassetta (che fine ingloriosa le cassette!.....) e non in vinile. Per chi, come la maggior parte dei miei coetanei, era cresciuto anelando ad un impianto stereo migliore e confrontando con gli altri la larghezza della propria collezione di dischi era una novità importante: qualsiasi larghezza si fosse raggiunta non contava più e si ripartiva da zero con i cd. In fondo i nuovi dispositivi non erano male ed avevano un grosso vantaggio sui dischi: si rigavano meno e si sporcavano meno. Infatti, pur con tutta la cura che ci si potesse mettere nel tenere i propri dischi, c’era sempre qualcuno che non solo aveva una collezione più grossa della tua, ma anche dischi più puliti e meno sfrisati; il che non generava frustrazione o incazzatura ma vero e genuino senso di colpa.
Quindi, benvenuti agli U2 con il loro cd, lo comprai con l’entusiasmo di una nuova sfida, ma con un grosso problema: non avevo il lettore cd ed allora gli hi-fi avevano prezzi esagerati. Me lo regalarono i miei amici per mio compleanno pochi giorni dopo e funziona ancora. La dimensione della mia collezione di cd impressiona ed intimorisce i giovani che transitano da casa mia, che sono ormai convinti che la musica stia solo su i-phone o memorie.
C’è pero’ una tecnologia (mica tanto nuova a dire il vero, ma che ha avuto una diffusione totale da quando si usano gli i-phone) che critico per l’utilizzo che se fa: il navigatore.
Fino agli anni 90, ultimo decennio non totaltecnologico, se si doveva andare in un posto non conosciuto si usava il Tuttocittà, fondamentale strumento distribuito annualmente con le Pagine Bianche (altresì dette Rubrica) e Pagine Gialle. Tutti avevano il Tuttocittà in macchina, piegato in due nella tasca della portiera. Chi poi viveva in Lombardia cercava in ogni modo di procurarsi una copia usata di quello della città di Milano: era infatti la miglior mappa di Milano in circolazione e dato che la ricevevano solo i residenti  nella rete urbana di Milano, chi non era milanese lo otteneva col sacrificio e la fatica e lo teneva come un oracolo.  Il punto è che Tuttocittà dava un sunto molto stringato dei luoghi raggiungibili con l’ausilio di una mappa. In quello della provincia di Varese c’erano le mappe complete delle città, Varese, Busto Arsizio, Gallarate, Saronno e le mappe dei soli centri storici di alcune piccole città. Una quindicina di mappe  in tutto su 141 comuni.  Quindi, se dovevi trovare un indirizzo di un comune non in mappa, non restava che cercare la via ….e chiedere.  In quegli anni, per me girovaghi, ero spesso con il mio amico Tenca, con cui peraltro condividevo l’appartenenza ad una numerosissima rockband. Per motivi ignoti i suonatori devono sempre fare tanta strada: dalle nostre parti, sul lago, venivano a suonare le band di Lecco, noi andavamo a suonare a Biella e quelli di Biella andavano a suonare a Lecco. Era una cosa così, che faceva fighi probabilmente e che costringeva ad esodi biblici intere popolazioni di supporters e fidanzate incazzate. Quando dovevamo raggiungere il locale, il paese o la città, la si raggiungeva senza troppa difficoltà: avevo un atlante d’Italia dettagliatissimo dove erano indicati praticamente tutti i comuni.  Ma raggiungere poi l’indirizzo dato, senza una mappa appunto, era la parte più complessa dello spostamento. Il Tenca, per sua natura e esigenza, doveva sempre chiedere a qualcuno, cosa che io non sopportavo perché ritenevo di riuscire a raggiungere la destinazione senza indicazioni. Fermati, chiediamo a quello lì! Il Tenca aveva una capacità incredibile di intercettare i soggetti meno adeguati da cui avere informazioni. Una volta eravamo a New York ed era notte ed io mi chiedevo se fosse sicuro prendere la metropolitana per rientrare in albergo o non fosse meglio un taxi. Basta chiedere no? Excuse me, is the undergound safe by night? Oh Yes, yes, it’s my home!  Aveva chiesto se la metropolitana fosse sicura ad un barbone che ci viveva. Caspita, adesso si che mi sento tranquillo! Quando fermavamo qualcuno per sapere dove fosse una via era certo che fosse o un immigrato appena arrivato in Italia che sapeva appunto solo di essere in Italia, o un sordo muto, o uno zio di Cosenza venuto a trovare i nipoti che era sceso a fare 2 passi o uno che ci chiedeva se avevamo del fumo o se volevamo comprarlo. Alla fine si arrivava sempre e, spenta l’auto ci si sentiva degli eroi per essere riusciti ad arrivare in un locale nascosto in un cortile di una traversa della via principale di un paese ad 80 km da casa.
Quegli 80 km obbligavano anche chi non aveva un particolare senso geografico ad orientarsi ed a costruirsi una qualche forma di mappa:  il proprio territorio con tutti i riferimenti legati alla quotidianità, alcuni riferimenti remoti,  capolinea del mondo ordinariamente raggiungibile e disposti più o meno a punte di stella ed una serie di nodi di interscambio, quegli snodi stradali o autostradali da raggiungere per imboccare statali o autostrade. Certo, sui nodi di interscambio, insomma sulla strada da fare, ognuno aveva le proprie certezze ed i propri riferimenti basati su una mappa percettiva del mondo, che solo in rari casi si avvicinava a quella reale. Avevo uno zio ad esempio che viveva nell’hinterland nord di Milano; quando doveva venire a casa nostra, che stava appena ad ovest di Varese, prendeva l’autostrada per Como, percorreva la statale 342 Como- Varese, che in 25 km attraversa i centri di una decina di paesi, attraversava Varese ed arrivava a casa nostra dopo un paio d’ore di viaggio. Per anni gli spiegammo che poteva prendere l’autostrada per Varese, che da Milano dista gli stessi km di Como, ed uscendo dall’autostrada si sarebbe trovato a 3-4 km da casa nostra. Ma non ci fu nulla da fare: nella sua mappa personale, per andare verso nord, verso i laghi, bisognava andare a Como e poi da lì si vedeva!
Che ogni scoperta scientifica o tecnologica porti ad un vantaggio e contemporaneamente ad una perdita, prima che un compromesso è un processo logico. La ruota ci ampliato il territorio ma ha iniziato a renderci via via meno performanti, l’auto, l’aereo ci hanno ampliato il mondo e ce lo hanno messo a disposizione con una facilità sorprendente, ma hanno contribuito pesantemente ad inquinarlo ed a rendere la periferia di Shanghai simile a quella di Phoenix.
Gli svantaggi del navigatore paiono in realtà più che sacrificabili di fronte alla possibilità di raggiungere una cittadina di remota provincia senza impegnarci in ricerche ed indagini complessissime. Eppure per un viaggiatore la scelta della strada, lo studio del percorso sono l’anima stessa del viaggio. Ecco il navigatore non aumenta l’inquinamento e non fa male a nessuno, ma toglie la facoltà di scegliere, toglie la sfida di vedere il mondo. Quando imposti la tua destinazione è come se entrassi in un corridoio di vetro che ti conduce sicuro alla tua meta finale, senza rischi, senza responsabilità. Che tu come destinazione inserisca Mosca  o Lione o Novara l’unica cosa che cambia è la durata del percorso. Quanti paesi devi attraversare, che lingua parlano, se c’è un’altra strada dove vedi il mare, una che passa da uno stupendo borgo antico, cosa mangiano in quei luoghi, se ci producono un buon vino…. Non vedi nulla, solo un tracciato che ti porta alla destinazione finale ed una voce più o meno cortese che ti conduce protettiva dicendoti di svoltare a destra o proseguire dritto per  562 km.  
Mi sento reazionario e nostalgico nel criticare uno strumento che ci consente di raggiungere la nostra destinazione senza fatiche. Ma mi pare che se perdiamo le mappe di carta, come rischiamo che accada, gli intercity che attraversano l’Italia e l’Europa , che abbiamo già perso, si perda anche il Viaggio, la più stupefacente forma di sfida, di iniziazione alla vita adulta, di scoperta che l’uomo conosce. Andare a Sharm el Sheikh o a Palma per poche centinaia di euro, in un villaggio dove  è probabile che troverai un sacco di gente che abita a 20 km da casa tua, non è un viaggio, è l’industria del viaggio, è il vacanzificio che ha la stessa originalità degli accessori casalinghi cinesi che troviamo al supermercato nei contenitori “tutto a 2€”.
 Denny, che quando ha preso la patente il tuttocittà non lo pubblicavano già più, mi ha raccontato che voleva farsi un bel viaggio in Europa. Gli ho regalato un atlante stradale di quelli seri, con le mappe 1:800.000 e le piante delle principali città. E gli ho spigato che in un viaggio si sceglie l’itinerario di massima, ma poi ogni mattina è la strada a chiamarti ed a dirti quale scegliere.  

lunedì 23 settembre 2013

All'amico laureato

Ma te pensa, un laureato, sono un laureato, un l-a-u-r-e-a-t-o.  Da oggi sono un laureato.
Si, un pezzo di carta per mettermi in coda al niente: i laureati che devono accedere allo sportello del niente a destra, i laureati che devono accedere allo sportello del nulla a sinistra.
Si, fanculo, almeno io un pezzo di carta ce l’ho e posso comprarmi un biglietto per Baku, Singapore, Seattle. Il mondo di oggi è piccolo, una volta si andava a Milano, adesso si va ad una decina di meridiani di distanza, o ad un centinaio. Così, a fare esperienza o a diventare qualcuno dove si riesce ancora a diventare qualcuno, via da questa vecchia Europa imbolsita che non sa rinascere….
Si ma forse sto. Un pezzo di carta ce l’ho, se serve mi metterò in fila per il nulla o il niente, o prenderò il biglietto per Baku, ma intanto voglio provare a scrivere, a pubblicare. Magari riesco a camparci, a scrivere la cosa giusta al momento giusto, vivere di una cosa che  mi piace fare. E magari riesco a diventare famoso come Baricco ed emozionare chi mi legge….
Forse potrei stare e rendermi utile al mio paese, alla mia città. Forse è un dovere! Che in tanto schifo qualcuno si metta, non per interesse, per ingrassare se stesso ed i propri amici, a pensare a questo paese, o alla propria città. Potrei candidarmi alle prossime amministrative,  al mio paese, fare qualcosa per i giovani…
Forse doveri scegliere. Ma scegliere cosa, se poi tutto si risolve sempre con una botta di culo o una conoscenza. A cosa mi serve scegliere ed investirci, impegnarmi….
Forse passerà in fretta questo mondo di adesso, questo paese che va indietro. Forse presto avremo un governo che saprà pensare a questo paese e saprà far tornare la speranza.
Certo che è una gran fatica l’essersi laureato.
Bè, intanto, il piacere di guardare il lago in questi giorni azzurri di settembre non me lo può togliere nessuno. E la soddisfazione per aver finito qualcosa, neanche.

Poi vedremo.

mercoledì 28 agosto 2013

Il viaggio d'inverno

L’estate non la sopporto. E siccome sono consapevole che questa cosa non mi accomuna alla maggior parte degli umani, sono abituato ad essere fuori tempo rispetto ai ritmi degli altri. Quando finiva la scuola piangevo come un vitello e mi preparavo a vivere mesi noiosissimi lontano dalle cose che mi piacevano: la somma tra l’abbandono di affetti, l’interruzione di attività che amavo, il clima non vicino ai miei ritmi naturali,  mi sprofondavano nella depressione. Anche quando l’estate, in età adulta, è diventata il momento delle vacanze, dei viaggi, delle giornate dedicate a chi amo, quel sentore sgradevole che mi si insinua con l’equinozio di primavera è rimasto.
Quello che non sopporto dell’estate è la sospensione del normale meccanismo familiare, sociale, affettivo, lavorativo…. A farne le spese in maniera più impietosa sono le città. Sospesa la loro funzione primordiale di incontro, in favore di soluzioni alternative che spesso ne sono tristissimi surrogati, le città non restano solo vuote di uomini, auto, traffico, traffici, bar, tavolini, sguardi. Restano desolate ed inutili e penso sia questo a renderle tristi.
La conseguenza più sgradevole di questo esodo sono però i non luoghi costituiti dalle città turistiche, i luoghi definiti “di vacanza”. Città brutte  perché non nascono per espletare le funzioni organiche della città; nascono come divertimentifici più o meno coatti, per poi tornare alla loro spettrale inutilità una volta finita la stagione turistica.
Alcuni paesi, come l’Italia o la Spagna, hanno saputo creare innumerevoli mostri di questo tipo; più fortunata la Spagna che ha vissuto la sua fase di cementificazione dopo il 2000, con regole paesaggistiche ed un’estetica un po’ più decorosa; peggio per l’Italia che ha vissuto il suo boom immobiliare negli anni 60 e 70 in pieno far west rispetto a qualsiasi regola.
Con tutti i miei preconcetti e pretese estetiche, do atto alla mia famiglia che non è facilissimo andare in vacanza con me. Fortunatamente, con pieno assenso della mia signora, abbiamo definito prestissimo che i nostri figli non dovessero necessariamente passare le vacanze al mare in un posto fisso e poco dopo che non dovessero necessariamente passare le vacanze al mare in genere. Abbiamo insomma definito che le vacanze itineranti (altrimenti definite “viaggio”), in campeggio (unica soluzione che possiamo permetterci), fossero la nostra dimensione di vacanza ideale. Del resto, quanto al mare, se si viaggia in Europa occidentale e si fa qualche migliaio di kilometri, è sostanzialmente impossibile non affacciarsi sulle coste di qualche mare. Abbiamo pero’ scoperto che anche i fiumi ed i torrenti o i laghi possono assolvere gli obblighi genitoriali di far fare il bagno ai figli, fare usare gonfiabili d’ordinanza e consentire lo svolgimento di giochi vari da spiaggia. Insomma, si può essere un buon padre anche se non si porta la prole sul mediterraneo.
Negli ultimi anni siamo andati a farci i nostri viaggi prevalentemente in Francia, con significativi sconfinamenti in Spagna.  La Francia è un paese molto comodo dove viaggiare: i carburanti costano significativamente meno che in Italia, ci sono strade statali bellissime che attraversano regioni spopolate e che consentono di non usare l’autostrada, ci sono gli hotel low cost che costano come i campeggi e campeggi municipali stupendi che hanno prezzi irrisori. I non luoghi turistici sono molto meno frequenti che in Italia ed un po’ più decenti , le città sono molto belle e piene di vita. Si parla un’altra lingua, si mangiano cose diverse e ci si sente in viaggio chissà dove, anche se Brest dista, dalla mia città, meno di Reggio Calabria.  Certo i francesi…. Non è solo un luogo comune…. Non è che siano antipatici. E‘ che, mi è parso di capire, ritengono suprema ed inderogabile regola di convivenza il fatto che non si produca alcun rumore, suono, voce sopra i 3 decibel. E certo, su questa cosa, noi italiani un po’ di fatica la facciamo. E, per quanto riguarda la mia famiglia, due bambini non certo addestrati al silenzio ed un labrador adolescente di 9 mesi al seguito, non sempre rendono le cose semplici…


                                STRADA IN BRETAGNA

Resta il fatto che è estate, con la sua sospensione. E torno sempre con una insoddisfazione. Mi chiedo sempre, tutte quelle miriade di persone che ho visto, quelle che ho osservato senza sapere chi fossero, quelle che ho conosciuto in campeggio, con cui magari si è parlato per una serata davanti ad una bottiglia di porto, quelle in costume e ciabatte che incontri un paio di volte e ti dicono cortesi bonjour, i bambini che giocano sulle spiagge dell’atlantico, tutti con la loro muta della decathlon per riuscire a stare nell’acqua fredda, le persone che hai davanti al ristorante….Torno sempre a casa senza aver saputo chi siano nella loro vita normale, come sono quando hanno piumino e cappello d’inverno , quando vanno a scuola coi compagni, quando accompagnano i figli a scuola e poi vanno al lavoro, se le loro case siano calde ed accoglienti in inverno .
E gli innumerevoli paesi e città che ho visto, semideserte o innaturalmente affollate, mi chiedo come siano veramente, quale sia la loro anima, quando chi le vive le abbraccia. Ganges, sull’Herault che non riesce a contenere i villegianti, Pau o Tarbes, sulla via della Spagna, deserte, Nantes, con la periferique affollata di camper che vanno in Bretagna,  Quimper presa d’assalto, San Renan o Landernau, cittadine bellissime dell’entroterra bretone con numero pari di turisti e residenti in giro: 4 i primi (noi), 4 i secondi.  O Poitiers, Chateauroux, Montlucon, Moulins, città di passaggio in mezzo alla Francia, in mezzo a campagne sconfinate, dove frotte di turisti in viaggio si fermano nei motel low cost disseminati nelle aree commerciali fuori città. Ci siamo fermati a dormire a Chateauroux, in un motel piazzato in un centro commerciale identico ad uno che abbiamo visto a Quimper, 700 km  a nord ovest.
L’estate, l’estate che non sopporto, toglie l’anima delle persone e delle cose dando l’effimera illusione di potersene mettere un’altra. E mi fa tornare con la sensazione di aver viaggiato a metà, di non aver visto nulla di vero.

Ogni volta che lascio una città mi dico: qui quest’inverno ci voglio venire, ci prendiamo una camera all’hotel nella piazza della stazione ed alle 7 scendo al bar a leggere il giornale ed a guardare i pendolari che vanno al lavoro. Davvero, il prossimo inverno a Poitiers, a Chateauroux,  a Montlucon, a Moulins, a Quimper, a Nantes o Landernau…voglio andarci.

lunedì 8 luglio 2013

giochi in strada



Girando in rete giorni fa, un po’ per caso, come spesso capita usando questo mezzo, mi sono addentrato nella storia della catastrofe di Chernobyl, delle zone contaminate, di quei pochi minuti che cambiarono per sempre una parte di Europa.  In particolare, mi ha condotto in questo viaggio il racconto di un viaggio vero, drammatico ed incredibile, realizzato e raccontato da una donna molto coraggiosa attraverso un sito, elenafilatova.com. Questa signora, che da quello che capisco dovrebbe avere una quarantina d’anni, ogni tanto, con la sua motocicletta, attraversa le zone contaminate ed evacuate per raccontare una storia che non vuole si dimentichi.
A quei tempi avevo 17 anni;  ho il ricordo di un pomeriggio di sole e di un cielo limpidissimo sopra alla mia testa ed io che mi chiedevo cosa fare; mi chiedevo se la nube radioattiva fosse già lì, se dovesse ancora arrivare, se ci saremmo trovati in un mondo di case, strade e boschi senza umani.
Il primo telegiornale a raccontare quanto era avvenuto non è del giorno del disastro, il 26 aprile 1986, neanche del giorno successivo, ma solo la sera del 28 aprile, per caso ci si rese conto che in Svezia c’erano livelli di radioattività anomali.  E probabilmente il giorno successivo trapelarono informazioni sull’incidente.
 Guardando il telegiornale di allora  http://www.youtube.com/watch?v=HLL8ZpeGV5s, ci si ricorda come funzionava il mondo allora: c’era la cortina di ferro, quanto accadeva nei paesi comunisti giungeva, quando giungeva, come un eco lontana e sinistra, anche quando si trattava dell’inaugurazione di un nuovo aeroporto;  figuriamoci per un disastro nucleare.
Avevamo tutti negli occhi le immagini di “The day after”, un film che avevano visto tutti e che raccontava la fine del mondo per una guerra nucleare scatenata, chiaramente, dall’Unione Sovietica; se non bastasse, giusto alle soglie delle nostre porte, c’era l’irrequieto Gheddafi che una bomba atomica, se gli giravano le scatole, ce la poteva lanciare anche con un motoscafo.
L’incubo nucleare era la paura delle paure, l’incubo che assorbiva tutti gli incubi rendendoci disponibili ad accettare qualsiasi sudditanza pur di allontanarlo. Come le paure millenaristiche, era una paura profonda e quasi irrazionale, la rappresentazione del male, come lo fu la peste e come lo sarebbe stato l’aids.
Quella paura arrivò per una via inattesa; non  fu la guerra ma il vento, a nulla valevano per salvarci i missili americani; e poi l’America era lontana e piena di centrali nucleari….
Per un po’ non si parlò d’altro; non mangiammo frutta o verdura, come raccomandavano ai tg. E durò almeno per un anno la paura, dato che, nel 1987, 26 milioni di italiani si scomodarono andando a votare ai referendum che, con l’80% dei voti, sancirono la fine dell’esperienza dell’energia nucleare italiana.
Poi Chernobyl divenne un problema fondamentalmente di Chernobyl e dintorni, la guerra fredda finì. Gorbaciov, nel dicembre 1989, visitò Milano in un pomeriggio di dicembre gelido come sanno esserlo i pomeriggi di Mosca. Una folla di migliaia di persone lo accolse festante come si accoglie una star, incurante dei piedi gelati dall’attesa.  Russi e dintorni non erano più gelidi e spietati sovietici ma uomini.
Nel mio viaggio, di cui parlavo all’inizio, ho scoperto 2 cose.
La prima è che la storia della tragedia immane di Chernobyl è una storia di uomini: di scienziati, di tecnici, di operai, di soccorritori. Di mogli, di figli, di bambini, di contadini.
Leggendo la storia di quell’incidente, i dettagli delle azioni e degli errori che la notte del 26 aprile portò all’esplosione del reattore N.4, ho visto qualcosa di diverso da quello che mi aspettavo.  L’Unione Sovietica, vista dal mondo dei “buoni” era un impero grigio, dove i potenti, più grigi ancora, tenevano in scacco un popolo, ignaro e suddito, cercando di impossessarsi del mondo. 
La storia di quella notte mi è invece parsa la storia di scienziati e tecnici che come Icaro sono andati a volare troppo vicini al sole. Di uomini talmente certi della scienza, della tecnologia, della loro competenza, dell’imbattibilità dell’uomo sulla natura, da non temere il mostro che, a pochi passi da loro poteva esplodere.  Ma  non bastò l’errore a scalfire le certezze. Non furono le eminenze di Mosca a nascondere il disastro; furono i tecnici e gli scienziati stessi a sottovalutarlo. Non parve possibile che una tecnologia così avanzata potesse fallire. Alla centrale avevano in dotazione rilevatori di radiazioni adeguati a rilevare le radiazioni naturali presenti nelle pietre. Stando a quei rilevatori le radiazioni non avevano nulla di pericoloso. Tutti continuarono a lavorare lì cercando di ridurre i danni. Pagarono i loro errori con la vita, come la vita sacrificarono l’immane numero di persone che partecipò ai soccorsi.
La città di Pripyat, dove vivevano figli e mogli di quanti lavoravano alla centrale, non venne evacuata che 36 ore più tardi. Le mogli ed i figli vedevano il fumo che saliva dalla centrale, distante solo 4 chilometri. I mariti ed i padri non rientravano dal lavoro. Ma nessuno pensò di scappare.  La tecnologia e la scienza non potevano fallire.
Non conoscevamo, ai tempi della guerra fredda, un’Unione Sovietica di uomini.  Fu certo una dittatura feroce, che limitò la libertà di stampa e di pensiero richiudendo gli uomini nei gulag. Ma di quel mondo vedevamo sempre  oscuri premier attorniati da inquietanti ministri, racchiusi in cappotti e colbacchi su gelide piazze rosse. Vedevamo parate militari e dimostrazioni di forza accanto ad un popolo affamato ed assoggettato.
A quei tempi non abbiamo mai visto bambini che attendono padri che non tornano, padri che volano troppo vicino al sole e che cadono, trascinando un popolo intero in una disgrazia immane. E portando nella loro tomba l’insostenibile senso di colpa di aver sfidato gli dei perdendo.
La seconda storia che ho scoperto  è una storia di città fantasma, di un territorio immenso, nel cuore dell’Europa, dove gli uomini per migliaia di anni hanno costruito, coltivato, allevato ed in un sol giorno se ne sono andati per sempre. Dato che le decine migliaia di anni che saranno necessari perché le terre evacuate tornino abitabili, rendono l’avverbio sempre il più adeguato.
La città di Pripyat venne evacuata in poche ore con 1100 autobus. Quando ormai i suoi 40.000 abitanti avevano respirato, toccato, assorbito dosi terribili di radiazioni, si capì che non vi era alternativa. Le autorità comunicarono che sarebbe stato necessario allontanarsi per qualche giorno per cui chiesero alla popolazione di prendere l’indispensabile. Non tornarono più. Come non tornarono più le altre centinaia di migliaia di persone evacuate dalle aree contaminate di Ucraina, Bielorussia e Russia.
Questa storia richiama il dramma di una deportazione, di un popolo sradicato dalla sua terra, la sua casa, il suo lavoro. Dagli amici, le comunità, dalle scuole, dai compagni e le maestre, dai colleghi; da tutto quel tessuto che è l’essenza della nostra vita. Richiama alla memoria il dramma degli sfollati del disastro del Polesine o del Vajont. Ma con in più la tragedia di un veleno invisibile che si è insinuato nel corpo e può portare i suoi devastanti effetti anche a distanza di decine di anni. E di una terra che è là, e mai più la si potrà rivedere o rivivere.
Ciò che più mi colpisce però sono le immagini di questo mondo abbandonato dagli uomini. Di queste città e questi villaggi lasciati così, un giorno, com’erano. Coi piatti nel lavandino, i quadri al muro, le foto incorniciate. I giochi nelle stanze dei bambini, i calendari ai muri, i documenti nei cassetti, le sedie sotto al tavolo. Un gioco lasciato in strada: corri, dicono che dobbiamo andarcene!


Ogni cosa lasciata lì per sempre.  Il bambino che giocava con il gioco ormai sarà uomo e la madre anziana, se le radiazioni li hanno risparmiati. Ma quell’attimo, in quelle cose, durerà per sempre.
Le immagini di Pripyat  (sono le più numerose e le più impressionanti),  non sembrano scattate da uomini. Pare fosse una bella città, moderna, piena di fiori e di strutture per il tempo libero.
Ora si vedono questi palazzoni, con le finestre aperte. Nelle crepe dell’asfalto sono cresciuti alberi, i viali sono percorsi da lupi ed orsi. Le vetrine dei negozi saccheggiati ospitano una natura che lentamente riprende possesso di ciò che gli appartiene. I muri, cotti dalle radiazioni, si scrostano.
Lungo il fiume, le chiatte e le navi arrugginite hanno rotto le corde che le legavano al porto e la corrente le ha ammassate in un’insenatura.
Negli appartamenti le testimonianze delle vite che li hanno animati, ornano un silenzio agghiacciante. Definitivo.
Ciò che non mi spiego è come mai queste immagini suscitino una sorta di macabro interesse e curiosità. Non so definire se sia per sollievo che si prova poi trovandosi lontani, in una zona dove vivono in media 700 umani per kilometro quadrato. O se sia la curiosità di cosa sia il mondo senza l’uomo. O curiosità per l’agghiacciante longevità che hanno le cose rispetto all’uomo, che si piegano fedeli al suo volere vendicandosi poi con una assoluta indifferenza rispetto alla sua assenza.
O se sia per l’onnipotenza di noi umani, tanto bravi da spingerci così avanti da cancellarci schiacciando un semplice tasto.