L’estate non la sopporto. E siccome sono consapevole che
questa cosa non mi accomuna alla maggior parte degli umani, sono abituato ad
essere fuori tempo rispetto ai ritmi degli altri. Quando finiva la scuola
piangevo come un vitello e mi preparavo a vivere mesi noiosissimi lontano dalle
cose che mi piacevano: la somma tra l’abbandono di affetti, l’interruzione di
attività che amavo, il clima non vicino ai miei ritmi naturali, mi sprofondavano nella depressione. Anche
quando l’estate, in età adulta, è diventata il momento delle vacanze, dei
viaggi, delle giornate dedicate a chi amo, quel sentore sgradevole che mi si
insinua con l’equinozio di primavera è rimasto.
Quello che non sopporto dell’estate è la sospensione del
normale meccanismo familiare, sociale, affettivo, lavorativo…. A farne le spese
in maniera più impietosa sono le città. Sospesa la loro funzione primordiale di
incontro, in favore di soluzioni alternative che spesso ne sono tristissimi
surrogati, le città non restano solo vuote di uomini, auto, traffico, traffici,
bar, tavolini, sguardi. Restano desolate ed inutili e penso sia questo a
renderle tristi.
La conseguenza più sgradevole di questo esodo sono però i
non luoghi costituiti dalle città turistiche, i luoghi definiti “di vacanza”.
Città brutte perché non nascono per
espletare le funzioni organiche della città; nascono come divertimentifici più
o meno coatti, per poi tornare alla loro spettrale inutilità una volta finita la
stagione turistica.
Alcuni paesi, come l’Italia o la Spagna, hanno saputo creare innumerevoli mostri di questo tipo; più fortunata la Spagna che ha vissuto la sua
fase di cementificazione dopo il 2000, con regole paesaggistiche ed un’estetica
un po’ più decorosa; peggio per l’Italia che ha vissuto il suo boom immobiliare
negli anni 60 e 70 in pieno far west rispetto a qualsiasi regola.
Con tutti i miei preconcetti e pretese estetiche, do atto
alla mia famiglia che non è facilissimo andare in vacanza con me.
Fortunatamente, con pieno assenso della mia signora, abbiamo definito prestissimo
che i nostri figli non dovessero necessariamente passare le vacanze al mare in
un posto fisso e poco dopo che non dovessero necessariamente passare le vacanze
al mare in genere. Abbiamo insomma definito che le vacanze itineranti
(altrimenti definite “viaggio”), in campeggio (unica soluzione che possiamo
permetterci), fossero la nostra dimensione di vacanza ideale. Del resto, quanto
al mare, se si viaggia in Europa occidentale e si fa qualche migliaio di
kilometri, è sostanzialmente impossibile non affacciarsi sulle coste di qualche
mare. Abbiamo pero’ scoperto che anche i fiumi ed i torrenti o i laghi possono
assolvere gli obblighi genitoriali di far fare il bagno ai figli, fare usare
gonfiabili d’ordinanza e consentire lo svolgimento di giochi vari da spiaggia.
Insomma, si può essere un buon padre anche se non si porta la prole sul
mediterraneo.
Negli ultimi anni siamo andati a farci i nostri viaggi
prevalentemente in Francia, con significativi sconfinamenti in Spagna. La Francia è un paese molto comodo dove
viaggiare: i carburanti costano significativamente meno che in Italia, ci sono
strade statali bellissime che attraversano regioni spopolate e che consentono
di non usare l’autostrada, ci sono gli hotel low cost che costano come i
campeggi e campeggi municipali stupendi che hanno prezzi irrisori. I non luoghi
turistici sono molto meno frequenti che in Italia ed un po’ più decenti , le
città sono molto belle e piene di vita. Si parla un’altra lingua, si mangiano
cose diverse e ci si sente in viaggio chissà dove, anche se Brest dista, dalla
mia città, meno di Reggio Calabria. Certo i francesi…. Non è solo un luogo comune….
Non è che siano antipatici. E‘ che, mi è parso di capire, ritengono suprema ed
inderogabile regola di convivenza il fatto che non si produca alcun rumore, suono,
voce sopra i 3 decibel. E certo, su questa cosa, noi italiani un po’ di fatica
la facciamo. E, per quanto riguarda la mia famiglia, due bambini non certo addestrati
al silenzio ed un labrador adolescente di 9 mesi al seguito, non sempre rendono
le cose semplici…
STRADA IN BRETAGNA
STRADA IN BRETAGNA
Resta il fatto che è estate, con la sua
sospensione. E torno sempre con una insoddisfazione. Mi chiedo sempre, tutte
quelle miriade di persone che ho visto, quelle che ho osservato senza sapere
chi fossero, quelle che ho conosciuto in campeggio, con cui magari si è parlato
per una serata davanti ad una bottiglia di porto, quelle in costume e
ciabatte che incontri un paio di volte e ti dicono cortesi bonjour, i bambini che giocano sulle spiagge dell’atlantico, tutti
con la loro muta della decathlon per riuscire a stare nell’acqua fredda, le persone
che hai davanti al ristorante….Torno sempre a casa senza aver saputo chi siano
nella loro vita normale, come sono quando hanno piumino e cappello d’inverno ,
quando vanno a scuola coi compagni, quando accompagnano i figli a scuola e poi
vanno al lavoro, se le loro case siano calde ed accoglienti in inverno .
E gli innumerevoli paesi e città che ho visto, semideserte o
innaturalmente affollate, mi chiedo come siano veramente, quale sia la loro
anima, quando chi le vive le abbraccia. Ganges, sull’Herault che non riesce a
contenere i villegianti, Pau o Tarbes, sulla via della Spagna, deserte, Nantes,
con la periferique affollata di camper che vanno in Bretagna, Quimper presa d’assalto, San Renan o Landernau,
cittadine bellissime dell’entroterra bretone con numero pari di turisti e
residenti in giro: 4 i primi (noi), 4 i secondi. O Poitiers, Chateauroux, Montlucon, Moulins,
città di passaggio in mezzo alla Francia, in mezzo a campagne sconfinate, dove
frotte di turisti in viaggio si fermano nei motel low cost disseminati nelle
aree commerciali fuori città. Ci siamo fermati a dormire a Chateauroux, in un
motel piazzato in un centro commerciale identico ad uno che abbiamo visto a
Quimper, 700 km a nord ovest.
L’estate, l’estate che non sopporto, toglie l’anima delle
persone e delle cose dando l’effimera illusione di potersene mettere un’altra. E
mi fa tornare con la sensazione di aver viaggiato a metà, di non aver visto
nulla di vero.
Ogni volta che lascio una città mi dico: qui quest’inverno
ci voglio venire, ci prendiamo una camera all’hotel nella piazza della stazione
ed alle 7 scendo al bar a leggere il giornale ed a guardare i pendolari che vanno
al lavoro. Davvero, il prossimo inverno a Poitiers, a Chateauroux, a Montlucon, a Moulins, a Quimper, a Nantes o
Landernau…voglio andarci.
