domenica 26 maggio 2013

Cugini di Campagna


La contemporaneità, il futuro ed il passato sono rappresentabili con estrema oggettività e chiarezza con un punto e due rette. Un punto che si muove piano, generando l’allungamento della retta del passato (convenzionalmente quella di sinistra), che non ha una reale origine perché infinita; di conseguenza già il concetto di allungamento si incasina. Stessi problemi con quella di destra, del futuro. Perché muovendosi il punto del presente dovrebbe accorciarsi ma i problemi, benché opposti, sono gli stessi della rappresentazione del passato. Evidentemente, quando si genera una situazione di questo tipo, ci si trova di fronte ad un paradosso: il che significa che si è partiti dalla prospettiva sbagliata. Confessando tutta la mia inadeguatezza alla soluzione del problema, mi sento però anche di rilevarne un altro: l’infinità del tempo, che si genera, presumo, dall’infinità dei numeri.  Quindi la legittimità di misurare il tempo indipendentemente dalle cose e dalla vita.  Si potrebbe, per convenzione definire che il tempo abbia un’origine come si presume ce l’abbiano le cose e la vita ed abbia una fine come, si presume, potrebbero avere le cose e la vita. Il tutto ovviamente smentibile dalla scienza, dalla religione, dalla speranza.  Ci sarebbe però una conseguenza: se la retta del passato, benché non infinita, è ben lunga, quella del futuro non possiamo saperlo.
La storia  che, rispetto alle problematiche delle rette di cui sopra, si occupa solo di quella  di sinistra, riporta il tempo in una dimensione un  po’ più gestibile dalla nostra conoscenza.  Qualsiasi rappresentazione di linea del tempo inizia solitamente con uomini che hanno sviluppato un qualche grado di abilità nell’utilizzo di utensili, capacità di coltivare ed allevare attorno ai 10.000 anni fa.  Un abisso insomma un po’ più comprensibile dalla nostra mente.  Ci sono aree di questa rappresentazione che risultano dense ed affollate. Di solito sono quelle che si avvicinano al presente, che godono di una maggior analiticità. Ma anche fasi della storia cruciali e ricche, come la storia dell’antica Roma. Sono sempre stato affascinato dai periodi meno “densi”, quelli che nei libri di storia sono rappresentati in  maniera più frettolosa, di cui in poche pagine si rappresentano secoli.  Penso ad esempio a quel periodo di storia medioevale successivo alla caduta dell’impero romano:  le grandi città ridotte a villaggi, i commerci ridotti al minimo, le incursioni di popoli venuti da lontano, i monaci traghettatori verso il futuro della cultura classica. A leggere di quei periodi si pensa alla sfortuna di quelle generazioni nate in un mondo che si era involuto, incerto, povero.
Il tempo della vita umana costituisce una terza forma di tempo, l’unica veramente comprensibile ed esperibile dall’uomo.  Ciò che la nostra mente è in grado di intendere non è in realtà la durata o la lunghezza del tempo.  A 10 anni o a 40, dietro di noi c‘è la lunghezza di tutta la vita vissuta, dinanzi una parte di vita che supponiamo di vivere, con una tendenziale rimozione dell’idea di fine. Gli elementi che abbiamo a disposizione per comprendere la quantità di tempo trascorso sono legati alla quantità di esperienze vissute, alla mutazione degli usi, dell’estetica, delle scoperte tecnologiche.   
In sostanza mi pare si possa affermare che vi siano 3 diverse modalità di rappresentare il tempo: sono convinto che esistano lingue, di cui ignoro l’esistenza, che usino 3 termini diversi per rappresentare il tempo oggettivo, il tempo della storia ed il tempo dell’uomo.  
Queste 3 dimensioni dialogano con estrema fatica. Se la dimensione oggettiva del tempo di solito interessa solo gli scienziati e non muove nei più  grandi passioni, il dialogo che trovo più complesso è quello tra il tempo storico ed quello dell’uomo.  Ognuno si arroga infatti la capacità di saper dare una lettura “storica” delle precedenti fasi della propria vita, di saper oggettivare e trattare con sguardo critico gli accadimenti che hanno riguardato il proprio passato, sia privati che pubblici. In realtà la nostra lettura del passato è fortemente condizionata dalla lettura affettiva di se e del proprio passato.  Insomma la “malinconia”, la sehensucht  verso ciò che non sarà più, costituisce una inevitabile lente deformante degli eventi; dove gli eventi, le mode, gli oggetti,  sono lo sfondo comune dei nostri ricordi.
Chiunque sia stato bambino negli anni settanta trova struggente ascoltare alcune canzoni e quando commenta una canzone di quei tempi su You Tube, dice che è stupenda, che la voce della cantante è impareggiabile e chitarristi così non se ne trovano più….anche se magari in quei tempi quello stesso brano o quello stesso gruppo era considerato commerciale o banale. Anni fa Fabio Fazio fece quel bellissimo programma in cui venivano riproposte musiche degli anni 70, come “Anima Mia” dei Cugini di Campagna. Lì, 30 anni dopo, erano musiche sublimi, quasi con dignità letteraria. A quei tempi, peraltro caratterizzati da una certa polarizzazione tra la musica “impegnata” e la musica “commerciale”, i Cugini di Campagna non muovevano certo le riviste specialistiche.  Senza scomodare la musica, che è uno degli elementi che con maggior facilità generano il ricordo, il racconto della storia di un periodo della nostra vita è quasi sempre entusiastico.  Sempre di quegli anni erano rivoluzionarie le auto, il design, addirittura la politica. Si dipinge un passato in cui il mondo era sempre più sicuro di quanto non lo sia oggi, pur se le cronache di rapimenti e di atti terroristici riempivano le pagine dei giornali.
La sensazione è insomma che il passato sia sempre un’età dell’oro; il decennio che ha caratterizzato l’infanzia di chi è poi diventato adulto, diviene un momento nel quale sono successe cose irripetibili e bellissime. E che vanno poi a generare il fiorente mercato del revival.  I Cugini di Campagna diventano pari ai Pink Floyd, gli anni 80 del disimpegno e dell’edonismo diventano ruggenti ed irripetibili….
Con tutto ciò intendo dire che dovremmo sempre fare i conti quanto raccontiamo la “storia”. Di solito stiamo raccontando la nostra storia, la nostra infanzia, i nostri 20 anni, gli inizi eroici della nostra carriera lavorativa, la nostra scoperta dell’età adulta. La nostra cerchia di affetti, il nostro gruppo, la nostra musica. Un periodo in cui siamo stati forti come leoni o un periodo in cui ci osserviamo con indulgente affetto per la nostra debolezza. Dovremmo spiegare, soprattutto a chi è più giovane di noi, che stiamo raccontando la nostra vita ed abbiamo tutto il diritto di dipingerla in una dorata età dell’oro;  perché il nostro istinto ci spinge ad amarci ed a sistemare per bene il nostro passato, facendo emergere le immagini più belle e seppellendo quelle che non vogliamo più avere sotto gli occhi e collocando il nostro passato nel posto giusto e nel momento giusto . Ma è un racconto di noi, non la storia.
Resta, per chiudere il cerchio, il presente ed il futuro, secondo la rappresentazione del tempo della vita umana. Se la lente della malinconia sdogana tutto il passato, il presente è una lotta per capire quale tra le infinite possibilità sia adeguata alla nostra vita. Nel presente abbiamo la responsabilità di respingere o ricercare un affetto, di fare una scelta imprenditoriale che si rivelerà adeguata o meno, facciamo scelte con i nostri figli, la nostra famiglia; ascoltiamo una musica per la prima volta, vediamo un nuovo libro in libreria, acquistiamo una casa o un auto, scegliamo un lavoro. Nulla nel presente ci da le garanzie del passato, nulla ci da la garanzia di essere al posto giusto e nel momento giusto, o che il mondo prenderà quella via piuttosto che un’altra.
Ma, tra la malinconia per il passato e l’adrenalina per un salto in avanti….facciamolo cazzo, fino all’ultimo giorno che ci resta!
P.S. Non ho nulla contro i Cugini di Campagna, anzi.  Ascoltando “Anima Mia” nell’interpretazione di Baglioni ho riscoperto quel pezzo della mia infanzia. E’ che, quando ero piccolo, in un appartamento attiguo la nostro, abitava un tizio che al mattino scendeva le scale con gli zoccoli di legno del Dott. Sholl e cantava Anima Mia facendo anche la voce in falsetto. In casa mia, i miei fratelli maggiori,  ascoltavano Genesis e Pink Floyd e deridevano il vicino per i suoi gusti musicali e le qualità canore, ponendo così un macigno sui miei ancora acerbi gusti:  tutto ma non i Cugini di Campagna!

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