La contemporaneità, il futuro ed il passato sono
rappresentabili con estrema oggettività e chiarezza con un punto e due rette.
Un punto che si muove piano, generando l’allungamento della retta del passato
(convenzionalmente quella di sinistra), che non ha una reale origine perché
infinita; di conseguenza già il concetto di allungamento si incasina. Stessi
problemi con quella di destra, del futuro. Perché muovendosi il punto del
presente dovrebbe accorciarsi ma i problemi, benché opposti, sono gli stessi
della rappresentazione del passato. Evidentemente, quando si genera una
situazione di questo tipo, ci si trova di fronte ad un paradosso: il che
significa che si è partiti dalla prospettiva sbagliata. Confessando tutta la
mia inadeguatezza alla soluzione del problema, mi sento però anche di rilevarne
un altro: l’infinità del tempo, che si genera, presumo, dall’infinità dei
numeri. Quindi la legittimità di
misurare il tempo indipendentemente dalle cose e dalla vita. Si potrebbe, per convenzione definire che il
tempo abbia un’origine come si presume ce l’abbiano le cose e la vita ed abbia
una fine come, si presume, potrebbero avere le cose e la vita. Il tutto
ovviamente smentibile dalla scienza, dalla religione, dalla speranza. Ci sarebbe però una conseguenza: se la retta
del passato, benché non infinita, è ben lunga, quella del futuro non possiamo
saperlo.
La storia che,
rispetto alle problematiche delle rette di cui sopra, si occupa solo di
quella di sinistra, riporta il tempo in
una dimensione un po’ più gestibile
dalla nostra conoscenza. Qualsiasi
rappresentazione di linea del tempo inizia solitamente con uomini che hanno
sviluppato un qualche grado di abilità nell’utilizzo di utensili, capacità di
coltivare ed allevare attorno ai 10.000 anni fa. Un abisso insomma un po’ più comprensibile
dalla nostra mente. Ci sono aree di
questa rappresentazione che risultano dense ed affollate. Di solito sono quelle
che si avvicinano al presente, che godono di una maggior analiticità. Ma anche
fasi della storia cruciali e ricche, come la storia dell’antica Roma. Sono
sempre stato affascinato dai periodi meno “densi”, quelli che nei libri di
storia sono rappresentati in maniera più
frettolosa, di cui in poche pagine si rappresentano secoli. Penso ad esempio a quel periodo di storia
medioevale successivo alla caduta dell’impero romano: le grandi città ridotte a villaggi, i
commerci ridotti al minimo, le incursioni di popoli venuti da lontano, i monaci
traghettatori verso il futuro della cultura classica. A leggere di quei periodi
si pensa alla sfortuna di quelle generazioni nate in un mondo che si era
involuto, incerto, povero.
Il tempo della vita umana costituisce una terza forma di
tempo, l’unica veramente comprensibile ed esperibile dall’uomo. Ciò che la nostra mente è in grado di
intendere non è in realtà la durata o la lunghezza del tempo. A 10 anni o a 40, dietro di noi c‘è la
lunghezza di tutta la vita vissuta, dinanzi una parte di vita che supponiamo di
vivere, con una tendenziale rimozione dell’idea di fine. Gli elementi che
abbiamo a disposizione per comprendere la quantità di tempo trascorso sono
legati alla quantità di esperienze vissute, alla mutazione degli usi, dell’estetica,
delle scoperte tecnologiche.
In sostanza mi pare si possa affermare che vi siano 3
diverse modalità di rappresentare il tempo: sono convinto che esistano lingue,
di cui ignoro l’esistenza, che usino 3 termini diversi per rappresentare il
tempo oggettivo, il tempo della storia ed il tempo dell’uomo.
Queste 3 dimensioni dialogano con estrema fatica. Se la
dimensione oggettiva del tempo di solito interessa solo gli scienziati e non
muove nei più grandi passioni, il
dialogo che trovo più complesso è quello tra il tempo storico ed quello dell’uomo. Ognuno si arroga infatti la capacità di saper
dare una lettura “storica” delle precedenti fasi della propria vita, di saper
oggettivare e trattare con sguardo critico gli accadimenti che hanno riguardato
il proprio passato, sia privati che pubblici. In realtà la nostra lettura del
passato è fortemente condizionata dalla lettura affettiva di se e del proprio
passato. Insomma la “malinconia”, la sehensucht verso ciò che non sarà più, costituisce una
inevitabile lente deformante degli eventi; dove gli eventi, le mode, gli
oggetti, sono lo sfondo comune dei
nostri ricordi.
Chiunque sia stato bambino negli anni settanta trova
struggente ascoltare alcune canzoni e quando commenta una canzone di quei tempi
su You Tube, dice che è stupenda, che la voce della cantante è impareggiabile e
chitarristi così non se ne trovano più….anche se magari in quei tempi quello
stesso brano o quello stesso gruppo era considerato commerciale o banale. Anni
fa Fabio Fazio fece quel bellissimo programma in cui venivano riproposte
musiche degli anni 70, come “Anima Mia” dei Cugini di Campagna. Lì, 30 anni
dopo, erano musiche sublimi, quasi con dignità letteraria. A quei tempi,
peraltro caratterizzati da una certa polarizzazione tra la musica “impegnata” e
la musica “commerciale”, i Cugini di Campagna non muovevano certo le riviste
specialistiche. Senza scomodare la
musica, che è uno degli elementi che con maggior facilità generano il ricordo,
il racconto della storia di un periodo della nostra vita è quasi sempre
entusiastico. Sempre di quegli anni
erano rivoluzionarie le auto, il design, addirittura la politica. Si dipinge un
passato in cui il mondo era sempre più sicuro di quanto non lo sia oggi, pur se
le cronache di rapimenti e di atti terroristici riempivano le pagine dei giornali.
La sensazione è insomma che il passato sia sempre un’età
dell’oro; il decennio che ha caratterizzato l’infanzia di chi è poi diventato
adulto, diviene un momento nel quale sono successe cose irripetibili e
bellissime. E che vanno poi a generare il fiorente mercato del revival. I Cugini di Campagna diventano pari ai Pink
Floyd, gli anni 80 del disimpegno e dell’edonismo diventano ruggenti ed
irripetibili….
Con tutto ciò intendo dire che dovremmo sempre fare i conti
quanto raccontiamo la “storia”. Di solito stiamo raccontando la nostra storia,
la nostra infanzia, i nostri 20 anni, gli inizi eroici della nostra carriera
lavorativa, la nostra scoperta dell’età adulta. La nostra cerchia di affetti,
il nostro gruppo, la nostra musica. Un periodo in cui siamo stati forti come
leoni o un periodo in cui ci osserviamo con indulgente affetto per la nostra
debolezza. Dovremmo spiegare, soprattutto a chi è più giovane di noi, che
stiamo raccontando la nostra vita ed abbiamo tutto il diritto di dipingerla in
una dorata età dell’oro; perché il
nostro istinto ci spinge ad amarci ed a sistemare per bene il nostro passato,
facendo emergere le immagini più belle e seppellendo quelle che non vogliamo
più avere sotto gli occhi e collocando il nostro passato nel posto giusto e nel
momento giusto . Ma è un racconto di noi, non la storia.
Resta, per chiudere il cerchio, il presente ed il futuro,
secondo la rappresentazione del tempo della vita umana. Se la lente della malinconia
sdogana tutto il passato, il presente è una lotta per capire quale tra le
infinite possibilità sia adeguata alla nostra vita. Nel presente abbiamo la
responsabilità di respingere o ricercare un affetto, di fare una scelta
imprenditoriale che si rivelerà adeguata o meno, facciamo scelte con i nostri
figli, la nostra famiglia; ascoltiamo una musica per la prima volta, vediamo un
nuovo libro in libreria, acquistiamo una casa o un auto, scegliamo un lavoro.
Nulla nel presente ci da le garanzie del passato, nulla ci da la garanzia di
essere al posto giusto e nel momento giusto, o che il mondo prenderà quella via
piuttosto che un’altra.
Ma, tra la malinconia per il passato e l’adrenalina per un
salto in avanti….facciamolo cazzo, fino all’ultimo giorno che ci resta!
P.S. Non ho nulla contro i Cugini di Campagna, anzi. Ascoltando “Anima Mia” nell’interpretazione di
Baglioni ho riscoperto quel pezzo della mia infanzia. E’ che, quando ero
piccolo, in un appartamento attiguo la nostro, abitava un tizio che al mattino
scendeva le scale con gli zoccoli di legno del Dott. Sholl e cantava Anima Mia
facendo anche la voce in falsetto. In casa mia, i miei fratelli maggiori, ascoltavano Genesis e Pink Floyd e deridevano
il vicino per i suoi gusti musicali e le qualità canore, ponendo così un
macigno sui miei ancora acerbi gusti:
tutto ma non i Cugini di Campagna!
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