lunedì 23 settembre 2013

All'amico laureato

Ma te pensa, un laureato, sono un laureato, un l-a-u-r-e-a-t-o.  Da oggi sono un laureato.
Si, un pezzo di carta per mettermi in coda al niente: i laureati che devono accedere allo sportello del niente a destra, i laureati che devono accedere allo sportello del nulla a sinistra.
Si, fanculo, almeno io un pezzo di carta ce l’ho e posso comprarmi un biglietto per Baku, Singapore, Seattle. Il mondo di oggi è piccolo, una volta si andava a Milano, adesso si va ad una decina di meridiani di distanza, o ad un centinaio. Così, a fare esperienza o a diventare qualcuno dove si riesce ancora a diventare qualcuno, via da questa vecchia Europa imbolsita che non sa rinascere….
Si ma forse sto. Un pezzo di carta ce l’ho, se serve mi metterò in fila per il nulla o il niente, o prenderò il biglietto per Baku, ma intanto voglio provare a scrivere, a pubblicare. Magari riesco a camparci, a scrivere la cosa giusta al momento giusto, vivere di una cosa che  mi piace fare. E magari riesco a diventare famoso come Baricco ed emozionare chi mi legge….
Forse potrei stare e rendermi utile al mio paese, alla mia città. Forse è un dovere! Che in tanto schifo qualcuno si metta, non per interesse, per ingrassare se stesso ed i propri amici, a pensare a questo paese, o alla propria città. Potrei candidarmi alle prossime amministrative,  al mio paese, fare qualcosa per i giovani…
Forse doveri scegliere. Ma scegliere cosa, se poi tutto si risolve sempre con una botta di culo o una conoscenza. A cosa mi serve scegliere ed investirci, impegnarmi….
Forse passerà in fretta questo mondo di adesso, questo paese che va indietro. Forse presto avremo un governo che saprà pensare a questo paese e saprà far tornare la speranza.
Certo che è una gran fatica l’essersi laureato.
Bè, intanto, il piacere di guardare il lago in questi giorni azzurri di settembre non me lo può togliere nessuno. E la soddisfazione per aver finito qualcosa, neanche.

Poi vedremo.

mercoledì 28 agosto 2013

Il viaggio d'inverno

L’estate non la sopporto. E siccome sono consapevole che questa cosa non mi accomuna alla maggior parte degli umani, sono abituato ad essere fuori tempo rispetto ai ritmi degli altri. Quando finiva la scuola piangevo come un vitello e mi preparavo a vivere mesi noiosissimi lontano dalle cose che mi piacevano: la somma tra l’abbandono di affetti, l’interruzione di attività che amavo, il clima non vicino ai miei ritmi naturali,  mi sprofondavano nella depressione. Anche quando l’estate, in età adulta, è diventata il momento delle vacanze, dei viaggi, delle giornate dedicate a chi amo, quel sentore sgradevole che mi si insinua con l’equinozio di primavera è rimasto.
Quello che non sopporto dell’estate è la sospensione del normale meccanismo familiare, sociale, affettivo, lavorativo…. A farne le spese in maniera più impietosa sono le città. Sospesa la loro funzione primordiale di incontro, in favore di soluzioni alternative che spesso ne sono tristissimi surrogati, le città non restano solo vuote di uomini, auto, traffico, traffici, bar, tavolini, sguardi. Restano desolate ed inutili e penso sia questo a renderle tristi.
La conseguenza più sgradevole di questo esodo sono però i non luoghi costituiti dalle città turistiche, i luoghi definiti “di vacanza”. Città brutte  perché non nascono per espletare le funzioni organiche della città; nascono come divertimentifici più o meno coatti, per poi tornare alla loro spettrale inutilità una volta finita la stagione turistica.
Alcuni paesi, come l’Italia o la Spagna, hanno saputo creare innumerevoli mostri di questo tipo; più fortunata la Spagna che ha vissuto la sua fase di cementificazione dopo il 2000, con regole paesaggistiche ed un’estetica un po’ più decorosa; peggio per l’Italia che ha vissuto il suo boom immobiliare negli anni 60 e 70 in pieno far west rispetto a qualsiasi regola.
Con tutti i miei preconcetti e pretese estetiche, do atto alla mia famiglia che non è facilissimo andare in vacanza con me. Fortunatamente, con pieno assenso della mia signora, abbiamo definito prestissimo che i nostri figli non dovessero necessariamente passare le vacanze al mare in un posto fisso e poco dopo che non dovessero necessariamente passare le vacanze al mare in genere. Abbiamo insomma definito che le vacanze itineranti (altrimenti definite “viaggio”), in campeggio (unica soluzione che possiamo permetterci), fossero la nostra dimensione di vacanza ideale. Del resto, quanto al mare, se si viaggia in Europa occidentale e si fa qualche migliaio di kilometri, è sostanzialmente impossibile non affacciarsi sulle coste di qualche mare. Abbiamo pero’ scoperto che anche i fiumi ed i torrenti o i laghi possono assolvere gli obblighi genitoriali di far fare il bagno ai figli, fare usare gonfiabili d’ordinanza e consentire lo svolgimento di giochi vari da spiaggia. Insomma, si può essere un buon padre anche se non si porta la prole sul mediterraneo.
Negli ultimi anni siamo andati a farci i nostri viaggi prevalentemente in Francia, con significativi sconfinamenti in Spagna.  La Francia è un paese molto comodo dove viaggiare: i carburanti costano significativamente meno che in Italia, ci sono strade statali bellissime che attraversano regioni spopolate e che consentono di non usare l’autostrada, ci sono gli hotel low cost che costano come i campeggi e campeggi municipali stupendi che hanno prezzi irrisori. I non luoghi turistici sono molto meno frequenti che in Italia ed un po’ più decenti , le città sono molto belle e piene di vita. Si parla un’altra lingua, si mangiano cose diverse e ci si sente in viaggio chissà dove, anche se Brest dista, dalla mia città, meno di Reggio Calabria.  Certo i francesi…. Non è solo un luogo comune…. Non è che siano antipatici. E‘ che, mi è parso di capire, ritengono suprema ed inderogabile regola di convivenza il fatto che non si produca alcun rumore, suono, voce sopra i 3 decibel. E certo, su questa cosa, noi italiani un po’ di fatica la facciamo. E, per quanto riguarda la mia famiglia, due bambini non certo addestrati al silenzio ed un labrador adolescente di 9 mesi al seguito, non sempre rendono le cose semplici…


                                STRADA IN BRETAGNA

Resta il fatto che è estate, con la sua sospensione. E torno sempre con una insoddisfazione. Mi chiedo sempre, tutte quelle miriade di persone che ho visto, quelle che ho osservato senza sapere chi fossero, quelle che ho conosciuto in campeggio, con cui magari si è parlato per una serata davanti ad una bottiglia di porto, quelle in costume e ciabatte che incontri un paio di volte e ti dicono cortesi bonjour, i bambini che giocano sulle spiagge dell’atlantico, tutti con la loro muta della decathlon per riuscire a stare nell’acqua fredda, le persone che hai davanti al ristorante….Torno sempre a casa senza aver saputo chi siano nella loro vita normale, come sono quando hanno piumino e cappello d’inverno , quando vanno a scuola coi compagni, quando accompagnano i figli a scuola e poi vanno al lavoro, se le loro case siano calde ed accoglienti in inverno .
E gli innumerevoli paesi e città che ho visto, semideserte o innaturalmente affollate, mi chiedo come siano veramente, quale sia la loro anima, quando chi le vive le abbraccia. Ganges, sull’Herault che non riesce a contenere i villegianti, Pau o Tarbes, sulla via della Spagna, deserte, Nantes, con la periferique affollata di camper che vanno in Bretagna,  Quimper presa d’assalto, San Renan o Landernau, cittadine bellissime dell’entroterra bretone con numero pari di turisti e residenti in giro: 4 i primi (noi), 4 i secondi.  O Poitiers, Chateauroux, Montlucon, Moulins, città di passaggio in mezzo alla Francia, in mezzo a campagne sconfinate, dove frotte di turisti in viaggio si fermano nei motel low cost disseminati nelle aree commerciali fuori città. Ci siamo fermati a dormire a Chateauroux, in un motel piazzato in un centro commerciale identico ad uno che abbiamo visto a Quimper, 700 km  a nord ovest.
L’estate, l’estate che non sopporto, toglie l’anima delle persone e delle cose dando l’effimera illusione di potersene mettere un’altra. E mi fa tornare con la sensazione di aver viaggiato a metà, di non aver visto nulla di vero.

Ogni volta che lascio una città mi dico: qui quest’inverno ci voglio venire, ci prendiamo una camera all’hotel nella piazza della stazione ed alle 7 scendo al bar a leggere il giornale ed a guardare i pendolari che vanno al lavoro. Davvero, il prossimo inverno a Poitiers, a Chateauroux,  a Montlucon, a Moulins, a Quimper, a Nantes o Landernau…voglio andarci.

lunedì 8 luglio 2013

giochi in strada



Girando in rete giorni fa, un po’ per caso, come spesso capita usando questo mezzo, mi sono addentrato nella storia della catastrofe di Chernobyl, delle zone contaminate, di quei pochi minuti che cambiarono per sempre una parte di Europa.  In particolare, mi ha condotto in questo viaggio il racconto di un viaggio vero, drammatico ed incredibile, realizzato e raccontato da una donna molto coraggiosa attraverso un sito, elenafilatova.com. Questa signora, che da quello che capisco dovrebbe avere una quarantina d’anni, ogni tanto, con la sua motocicletta, attraversa le zone contaminate ed evacuate per raccontare una storia che non vuole si dimentichi.
A quei tempi avevo 17 anni;  ho il ricordo di un pomeriggio di sole e di un cielo limpidissimo sopra alla mia testa ed io che mi chiedevo cosa fare; mi chiedevo se la nube radioattiva fosse già lì, se dovesse ancora arrivare, se ci saremmo trovati in un mondo di case, strade e boschi senza umani.
Il primo telegiornale a raccontare quanto era avvenuto non è del giorno del disastro, il 26 aprile 1986, neanche del giorno successivo, ma solo la sera del 28 aprile, per caso ci si rese conto che in Svezia c’erano livelli di radioattività anomali.  E probabilmente il giorno successivo trapelarono informazioni sull’incidente.
 Guardando il telegiornale di allora  http://www.youtube.com/watch?v=HLL8ZpeGV5s, ci si ricorda come funzionava il mondo allora: c’era la cortina di ferro, quanto accadeva nei paesi comunisti giungeva, quando giungeva, come un eco lontana e sinistra, anche quando si trattava dell’inaugurazione di un nuovo aeroporto;  figuriamoci per un disastro nucleare.
Avevamo tutti negli occhi le immagini di “The day after”, un film che avevano visto tutti e che raccontava la fine del mondo per una guerra nucleare scatenata, chiaramente, dall’Unione Sovietica; se non bastasse, giusto alle soglie delle nostre porte, c’era l’irrequieto Gheddafi che una bomba atomica, se gli giravano le scatole, ce la poteva lanciare anche con un motoscafo.
L’incubo nucleare era la paura delle paure, l’incubo che assorbiva tutti gli incubi rendendoci disponibili ad accettare qualsiasi sudditanza pur di allontanarlo. Come le paure millenaristiche, era una paura profonda e quasi irrazionale, la rappresentazione del male, come lo fu la peste e come lo sarebbe stato l’aids.
Quella paura arrivò per una via inattesa; non  fu la guerra ma il vento, a nulla valevano per salvarci i missili americani; e poi l’America era lontana e piena di centrali nucleari….
Per un po’ non si parlò d’altro; non mangiammo frutta o verdura, come raccomandavano ai tg. E durò almeno per un anno la paura, dato che, nel 1987, 26 milioni di italiani si scomodarono andando a votare ai referendum che, con l’80% dei voti, sancirono la fine dell’esperienza dell’energia nucleare italiana.
Poi Chernobyl divenne un problema fondamentalmente di Chernobyl e dintorni, la guerra fredda finì. Gorbaciov, nel dicembre 1989, visitò Milano in un pomeriggio di dicembre gelido come sanno esserlo i pomeriggi di Mosca. Una folla di migliaia di persone lo accolse festante come si accoglie una star, incurante dei piedi gelati dall’attesa.  Russi e dintorni non erano più gelidi e spietati sovietici ma uomini.
Nel mio viaggio, di cui parlavo all’inizio, ho scoperto 2 cose.
La prima è che la storia della tragedia immane di Chernobyl è una storia di uomini: di scienziati, di tecnici, di operai, di soccorritori. Di mogli, di figli, di bambini, di contadini.
Leggendo la storia di quell’incidente, i dettagli delle azioni e degli errori che la notte del 26 aprile portò all’esplosione del reattore N.4, ho visto qualcosa di diverso da quello che mi aspettavo.  L’Unione Sovietica, vista dal mondo dei “buoni” era un impero grigio, dove i potenti, più grigi ancora, tenevano in scacco un popolo, ignaro e suddito, cercando di impossessarsi del mondo. 
La storia di quella notte mi è invece parsa la storia di scienziati e tecnici che come Icaro sono andati a volare troppo vicini al sole. Di uomini talmente certi della scienza, della tecnologia, della loro competenza, dell’imbattibilità dell’uomo sulla natura, da non temere il mostro che, a pochi passi da loro poteva esplodere.  Ma  non bastò l’errore a scalfire le certezze. Non furono le eminenze di Mosca a nascondere il disastro; furono i tecnici e gli scienziati stessi a sottovalutarlo. Non parve possibile che una tecnologia così avanzata potesse fallire. Alla centrale avevano in dotazione rilevatori di radiazioni adeguati a rilevare le radiazioni naturali presenti nelle pietre. Stando a quei rilevatori le radiazioni non avevano nulla di pericoloso. Tutti continuarono a lavorare lì cercando di ridurre i danni. Pagarono i loro errori con la vita, come la vita sacrificarono l’immane numero di persone che partecipò ai soccorsi.
La città di Pripyat, dove vivevano figli e mogli di quanti lavoravano alla centrale, non venne evacuata che 36 ore più tardi. Le mogli ed i figli vedevano il fumo che saliva dalla centrale, distante solo 4 chilometri. I mariti ed i padri non rientravano dal lavoro. Ma nessuno pensò di scappare.  La tecnologia e la scienza non potevano fallire.
Non conoscevamo, ai tempi della guerra fredda, un’Unione Sovietica di uomini.  Fu certo una dittatura feroce, che limitò la libertà di stampa e di pensiero richiudendo gli uomini nei gulag. Ma di quel mondo vedevamo sempre  oscuri premier attorniati da inquietanti ministri, racchiusi in cappotti e colbacchi su gelide piazze rosse. Vedevamo parate militari e dimostrazioni di forza accanto ad un popolo affamato ed assoggettato.
A quei tempi non abbiamo mai visto bambini che attendono padri che non tornano, padri che volano troppo vicino al sole e che cadono, trascinando un popolo intero in una disgrazia immane. E portando nella loro tomba l’insostenibile senso di colpa di aver sfidato gli dei perdendo.
La seconda storia che ho scoperto  è una storia di città fantasma, di un territorio immenso, nel cuore dell’Europa, dove gli uomini per migliaia di anni hanno costruito, coltivato, allevato ed in un sol giorno se ne sono andati per sempre. Dato che le decine migliaia di anni che saranno necessari perché le terre evacuate tornino abitabili, rendono l’avverbio sempre il più adeguato.
La città di Pripyat venne evacuata in poche ore con 1100 autobus. Quando ormai i suoi 40.000 abitanti avevano respirato, toccato, assorbito dosi terribili di radiazioni, si capì che non vi era alternativa. Le autorità comunicarono che sarebbe stato necessario allontanarsi per qualche giorno per cui chiesero alla popolazione di prendere l’indispensabile. Non tornarono più. Come non tornarono più le altre centinaia di migliaia di persone evacuate dalle aree contaminate di Ucraina, Bielorussia e Russia.
Questa storia richiama il dramma di una deportazione, di un popolo sradicato dalla sua terra, la sua casa, il suo lavoro. Dagli amici, le comunità, dalle scuole, dai compagni e le maestre, dai colleghi; da tutto quel tessuto che è l’essenza della nostra vita. Richiama alla memoria il dramma degli sfollati del disastro del Polesine o del Vajont. Ma con in più la tragedia di un veleno invisibile che si è insinuato nel corpo e può portare i suoi devastanti effetti anche a distanza di decine di anni. E di una terra che è là, e mai più la si potrà rivedere o rivivere.
Ciò che più mi colpisce però sono le immagini di questo mondo abbandonato dagli uomini. Di queste città e questi villaggi lasciati così, un giorno, com’erano. Coi piatti nel lavandino, i quadri al muro, le foto incorniciate. I giochi nelle stanze dei bambini, i calendari ai muri, i documenti nei cassetti, le sedie sotto al tavolo. Un gioco lasciato in strada: corri, dicono che dobbiamo andarcene!


Ogni cosa lasciata lì per sempre.  Il bambino che giocava con il gioco ormai sarà uomo e la madre anziana, se le radiazioni li hanno risparmiati. Ma quell’attimo, in quelle cose, durerà per sempre.
Le immagini di Pripyat  (sono le più numerose e le più impressionanti),  non sembrano scattate da uomini. Pare fosse una bella città, moderna, piena di fiori e di strutture per il tempo libero.
Ora si vedono questi palazzoni, con le finestre aperte. Nelle crepe dell’asfalto sono cresciuti alberi, i viali sono percorsi da lupi ed orsi. Le vetrine dei negozi saccheggiati ospitano una natura che lentamente riprende possesso di ciò che gli appartiene. I muri, cotti dalle radiazioni, si scrostano.
Lungo il fiume, le chiatte e le navi arrugginite hanno rotto le corde che le legavano al porto e la corrente le ha ammassate in un’insenatura.
Negli appartamenti le testimonianze delle vite che li hanno animati, ornano un silenzio agghiacciante. Definitivo.
Ciò che non mi spiego è come mai queste immagini suscitino una sorta di macabro interesse e curiosità. Non so definire se sia per sollievo che si prova poi trovandosi lontani, in una zona dove vivono in media 700 umani per kilometro quadrato. O se sia la curiosità di cosa sia il mondo senza l’uomo. O curiosità per l’agghiacciante longevità che hanno le cose rispetto all’uomo, che si piegano fedeli al suo volere vendicandosi poi con una assoluta indifferenza rispetto alla sua assenza.
O se sia per l’onnipotenza di noi umani, tanto bravi da spingerci così avanti da cancellarci schiacciando un semplice tasto.

mercoledì 19 giugno 2013

Diciannovesei

Oggi è il 19 giugno.  E’ il mio compleanno. Il giorno del proprio compleanno ha un suono speciale: diciannovesei, o diciannovezerosei (se lo immagini scritto su un documento ufficiale dove il mese, comunque vada, va scritto con due cifre).
In questo siamo proprio tutti diversi. O almeno, ci sono 366 possibili diverse versioni di giorni con un suono speciale.
Quest’anno temevo che arrivasse il mio compleanno;  non per le consuete ansie di invecchiamento: ho dato già tutto quando ho compiuto 30 anni e da lì è stato un percorso in discesa.  Lo temevo perché sto attraversando un momento molto difficile per quanto riguarda la mia professione e, pur volendo guardare avanti, non so bene dove guardare. E se al mio compleanno non posso guardare avanti, allora tanto vale la fatica che ho fatto quando ho compiuto 30 anni. E mi incazzo.
Provo a spiegare. Uno dei maggiori clienti della nostra azienda (di cui sono legale rappresentante) ha deciso di smettere di pagarci, adducendo fantomatiche contestazioni di prezzi. All’inizio non capisci, però dici, in fondo, la proprietà ha rinnovato (cacciato a casa) il vecchio management e non c’è memoria degli stretti rapporti di collaborazione intercorsi. Allora, con la fiducia nell’uomo e nelle leggi, ti presenti con qualche kilo di corrispondenza intercorsa per dimostrare come hai costruito e concordato ogni singolo prezzo e con chi e secondo quali specifiche e procedure produttive trasmesse dal cliente stesso…insomma, non hai mai incassato un centesimo in più.  Analizzeremo la documentazione e vi faremo sapere a breve. Intanto prosegui a lavorare per loro, coi i nuovi prezzi, imposti. Che per quel cliente lavorano una ventina di persone e non puoi certo lasciarle a casa: vedremo come far tornare i conti, se torneranno, con i nuovi prezzi.  Vi faremo sapere a breve, erano i primi di aprile.
Passano due mesi, ed arriva il mio compleanno il 19/06. Intanto il credito non è più quello di una volta e con fatture di dicembre scadute da 4 mesi non è facile pagare gli stipendi a maggio.
Non è facile spiegare che non si sa quando arriva lo stipendio. Certo la nostra è una situazione particolare, la nostra è una cooperativa sociale, tipo B, una onlus: non c’è il padrone e il legale rappresentante si prende ( o non prende….) lo stipendio come tutti gli altri e il suo stipendio è di 200 € più alto di quello degli operai.
Una situazione veramente incredibile quella nella nostra cooperativa (sociale). Non si prende lo stipendio, ma si va avanti. Qualche arrabbiatura ogni tanto, almeno aggiornaci! si avete ragione… purtroppo non ci sono novità… Ma si va avanti a lavorare, si viene al lavoro ogni giorno, in qualche modo, scherzando su come si sia riusciti a fare la spesa per tutta la famiglia con 29€ . E per me è ancora più difficile.
Ma questa storia la racconterò bene quando sarà finita, dato che prima o poi, in qualche modo finirà. Speravo prima del mio compleanno, del 19/6.
Mi incazzo se non posso guardare avanti. Perché sono il capo e mi sento che devo aiutare tutti a non avere paura, perché devo immaginare le possibili soluzioni, perché ho bisogno di sfide, di progettare e di sperare.
Ma adesso non so dove guardare perché non vedo quella scintilla su cui costruire un’idea, un progetto. Perché in un momento in cui un cliente con cui hai costruito un rapporto fiduciario negli anni decide di non pagarti, così, perché non ti paga e basta, perché sa che è più forte ed hai bisogno di lui, anche se chi lavora per lui non puo’ far la spesa, pagare l’affitto o le bollette…. una cosa così crea un buio, una tenebra ben peggiore della difficoltà finanziaria.
Ricordo, anni fa, un grande imprenditore, Claudio Castiglioni, che ora non c’è più. Presiedeva  Mv Agusta, una azienda che produceva ( e produce) bellissime motociclette e la nostra azienda era (ed è) uno dei tanti fornitori.  Mv Agusta attraversava un momento finanziariamente complesso e tardava nei pagamenti, creandoci difficoltà nel retribuire le tredicesime.  Non avevamo mai parlato con il Signor Castiglioni e non lo avevamo mai incontrato. Il 23 dicembre ci chiamò, ci ringraziò perché nonostante i tardati pagamenti avevamo sempre consegnato, le merci commissionate, con puntualità. Si scusò, da uomo e ci diede la sua parola che avrebbe fatto il possibile. Ci fece gli auguri di Buon Natale.  Saldammo le tredicesime il 2 gennaio; comprammo qualche regalo in ritardo,  nessuno di noi si sentì tradito.
I tempi sono cambiati; oggi un imprenditore puo’ fare quello che sta facendo il nostro cliente.  Le aziende che chiudono non fanno notizia, i lavoratori che perdono il lavoro sono rassegnati.
La crisi come opportunità è finita da un pezzo. All’inizio ci abbiamo creduto, abbiamo innovato, abbiamo perseguito la qualità assoluta ed il miglioramento continuo. E la differenziazione del fatturato e la comunicazione. Siamo cresciuti perché l’alternativa era sparire.
Ma adesso, che la crisi non è più un evento,  dov’è la scintilla? La suggestione, la sfumatura che faccia capire che c’è una possibile strada?
Leggo il giornale ogni giorno, all’erta e cerco. Cerco l’eco di fatti o eventi che, anche solo pochi mesi fa, ci hanno dato speranza che questa crisi se ne stesse andando; fosse anche solo per il valore morale o di riaccesa unità e cooperazione: perché la crisi, se se ne andrà, non sarà solo perché ci saranno più soldi, ma perché ci sarà più solidarietà e più speranza e più fiducia…
Leggo il giornale di oggi, il diciannovesei di quest’anno, il 5 dall’inizio della crisi.
 Obama, Obama rieletto, che ci aveva fatto sperare di cambiare il mondo. Oggi è a Berlino, parla di testate nucleari da ridurre.  30 anni fa sarebbe stato un bagno di folla, oggi, non sapevamo neppure più che c’erano.
Berlusconi, legittimi impedimenti, interdizioni dai pubblici uffici…. Ancora Berlusconi?  Due anni fa, l’idea di non averlo più in giro poteva muovere speranze ed entusiasmi.  Adesso, quanto ci cambia?
Il governo e Letta, avevamo sperato…. Ma non ci sono soldi. Avevamo sperato in un governo che desse una spinta politica a questa crisi,  che in Germania che pompa pil, dipende dalla politica economica.  Adesso speriamo che possa produrre qualche cosa? Senza soldi, senza egemonia politica, senza idee?
O Grillo, oggi l’ennesima espulsa. Urla inutili, insulti ed autoreferenzialità.  

Eppure, in giro, la scintilla c’è, ne sono certo.  Una strada, ora nascosta, che condurrà ad un mondo in cui i farabutti ed i giochi di potere varranno quanto la merda che sono.

mercoledì 5 giugno 2013

Lo sguardo

Lo sguardo, azione misteriosa e sublime con cui ci concediamo al mondo ed agli altri. E con cui ci prendiamo il mondo e gli altri. Semplici immagini che si rielaborano in sentimenti, sogni, ricordi,  paure, strategie, speranze.  Uniche, individuali, irripetibili.
Lo sguardo è uno degli elementi che indicano la maturità dell’uomo. Lo sguardo che riconduce il mondo a se dell’infanzia, lo sguardo che scopre gli altri nella costruzione del senso di appartenenza e di adeguatezza dell’adolescenza…. Difficile ricondurre le complessità dello scambio generato dallo sguardo ad una semplice definizione. Lo sguardo dei 20 anni impegnato a trovare la sintesi tra l’io ideale e le infinite strade possibili. Lo sguardo della maturità impegnato ad osservare le fondamenta della strada scelta. Lo sguardo della vecchiaia, ricco dell’esperienza di una vita, libero di deridere i condizionamenti.
La complessità e la ricchezza di una società deriva non dalla somma, ma dallo scambio degli sguardi delle generazioni che la compongono. Alcune particolari congiunture storiche o economiche premiano, in un determinato momento storico, una generazione piuttosto che un’altra.  Senza voler ignorare il merito o il demerito del singolo individuo, o la responsabilità di ogni persona verso la propria ed altrui felicità, l’asimmetria generazionale delle opportunità attraversa tutta la storia.
 In questi momenti drammatici di crisi, penso alla generazione che, nei primi anni ‘60, si trovava nella fase di definizione o consolidamento della propria carriera lavorativa: un minimo di spirito imprenditoriale, una media predisposizione all’innovazione consentiva di realizzare esperienze imprenditoriali di successo…di guardare al proprio futuro ed a quello dei propri figli con speranza, scommettendo su un benessere che dilagava esponenzialmente.
Oppure la generazione degli studenti che nel ‘68 e nei primi anni ‘70 ha goduto di un assoluto protagonismo culturale, di un primato ideale ed estetico.  
La mia generazione si è affacciata all’adolescenza negli anni 80, quando cultura ed ideali si erano asserragliati in circoli chiusi con serratura a doppia mandata ed imperava edonismo e disimpegno;  c’erano due sole possibilità: o vivere la contemporaneità e fare i paninari, massima espressione culturale di quegli anni, o tirarsi da parte ed aspettare che passassero di moda.  
Pur non essendo stati protagonisti di un’epica ideale (divenuta presto ideologica ed esclusiva) vissuta dalle 2 generazioni precedenti alla nostra, chi ha iniziato a posare il proprio sguardo di giovane adulto verso la fine degli anni 80 ed i primi anni 90, ha trovato un mondo desideroso di incrociare i nostri sguardi.
In quegli anni alcuni modelli produttivi o imprenditoriali che avevano caratterizzato l’industrializzazione fin dall’800, andavano in crisi. Ma nuovi ne nascevano ed avevano fame di giovani diplomati, laureati, formati a sostenere un’economia che cresceva ancora. L’informatica, la grande distribuzione, la logistica, l’affacciarsi di una coscienza ecologica,  nuove esigenze sull’uso del tempo libero, chiedevano alla nostra generazione di imparare e di mettersi in gioco. Certo non erano gli anni 60 del boom economico.  Ma il nostro sguardo contava nel mondo. A parziale riscatto della responsabilità di essere stati la generazione che ha inventato i paninari…..
Questa crisi, si diceva, è drammatica. Ha sfiancato il mondo occidentale ormai certo del suo benessere, lo ha fiaccato, affievolendo ogni anno di più la speranza che, dietro questo mondo che sta finendo, ce ne sia uno migliore che sta nascendo. Se ne parla sempre e ovunque, con timore, rabbia o vergogna, se si è tra i tanti che si sentono sconfitti. E il dramma sociale è quello che più salta agli occhi, che più impressiona; il dramma di famiglie rimaste senza reddito, dei cinquantenni espulsi dal mondo del lavoro, degli imprenditori suicidi, dei fragili che già erano tali in un modo più accogliente, figuriamoci ora…
Senza negare la massima gravità di tutti i drammi sociali, trovo però questo momento abbia prodotto un dramma epocale: la rinuncia dello sguardo dei giovani. I giovani sono stati la vittima più sacrificabile in questa crisi. Il loro ingresso nel mondo del lavoro è rimandabile e meno urgente di quanto non lo sia per altre generazioni,  perché comunque non muoiono di fame; possono rimanere nella famiglia di origine, continuare a studiare, specializzarsi ed una volta finito ricominciare. Tanto lavoro non ce n’è. Possono fare stages, tirocini, acquisire esperienze, a titolo gratuito ovviamente. E se poi non han più voglia che se ne stiano su Facebook. I giovani non vanno dai sindaci a protestare o a chiedere aiuto perché non hanno da dar da mangiare ai loro figli, spesso non votano. Stanno lì, con lo sguardo impegnato a trovare la sintesi tra l’io ideale e le infinite strade possibili. Quasi tutte chiuse.
Il dramma epocale della rinuncia allo sguardo dei giovani non sta nella compassione che generano; o nel timore della generazione dei loro genitori che, se da un lato vivono la personale sofferenza del loro figlio che non trova un lavoro, dall’altra si autoassolvono decretando la mancanza di desiderio di concretezza e di impegno che dilaga nella generazione dei 20enni.
Il dramma sta nella rinuncia alla tensione all’ideale, alla sperimentazione, al mettersi in gioco; alla necessità di pensare un mondo migliore che dia un motivo per scegliere una delle infinite strade e divenire adulti. Nella rinuncia agli errori generativi, all’impegno di chi si sta assumendo responsabilità. Nella rinuncia all’innovazione portata da chi la sta già vivendo e la vivrà. Nella rinuncia alla forza ed il vigore, alla paura di non farcela.
Ho 44 anni, ho iniziato a pormi il problema di come trasmettere (che è diverso da lasciare…), anche se non son diventato “grande” da molto tempo. Di come consentire ai 20enni di avere uno spazio nel mondo lavorativo ed imprenditoriale che ho contribuito a creare.  Mi sono reso conto che la trasmissione non è il dono di uno sguardo, ma un incrocio reciproco. E se questo scambio non avviene, il potere e la responsabilità restano nelle mani di una generazione narcisista ed autoreferenziata.  

In questi anni la nostra impresa ha scelto di assumere giovani: quella che un tempo era un naturale processo di continuazione della specie è divenuta una azione sociale. Abbiamo scelto di dar loro spazio e responsabilità. Fanno quello che hanno sempre fatto i giovani, ma, quasi sempre hanno qualcosa in più: non vivono il lavoro come un diritto ma come una fortuna, come un’opportunità da non perdere. Mettono il massimo impegno, si sperimentano, fanno errori e cercano soluzioni, propongono. Spesso, la cosa migliore che io possa trasmettere loro, non è la mia storia ma il mio spazio. E scambiarsi lo sguardo. 

venerdì 31 maggio 2013

L'autolavaggio sullo stradone

Sono nato in un paese ai piedi delle Prealpi lombarde.  Davanti c’è il lago di Varese e, sulla sponda opposta una montagna che si chiama Campo dei Fiori.  Essendoci di mezzo il lago ed il suo bacino, la montagna, benché alta poco più di 1200 metri, si erge con una certa imponenza e caratterizza fortemente il paesaggio. Verso nord.
Sono nato in casa, perché mia madre preferiva così; in una stanza sul lato nord della casa, dalla cui finestra si vedeva il Campo dei Fiori.  Sono cresciuto sapendo che da quella parte c’era la montagna e che verso la montagna c’era il nord. La mia dimensione era quella del paesaggio che si vedeva attorno alla mia casa, con quel riferimento da quella parte, forte e naturale. Come alla notte si sa da che parte del letto è la porta o la finestra, come sappiamo da che parte è l’uscita quando entriamo in un luogo sconosciuto.
La direzione, il nord, o la meta, la montagna, non suscitavano in me una particolare attrattiva di per se. Verso nord, oltre la montagna, vi erano luoghi a me sostanzialmente sconosciuti e non particolarmente attraenti. Sapevo che c’erano valli e paesi, dove mi era capitato di andare, che non avevano certo l’attrattività dei luoghi che, con la mia famiglia, si era abituati a frequentare: la città di Varese, a est, l’area metropolitana verso sud dove abitavano zii, nonni, cugini.  Anche la montagna, il Campo dei Fiori di per se non mi suscitava una grande attrattiva. Certo è una bella montagna. Quando mi era capitato di salirci però, il cambio di prospettiva mi spaesava.  Salendo la strada dal versante sud si vedeva chiaramente il mio paese, oltre ai laghi, l’intera pianura padana, Malpensa, le città che, una attaccata all’altra, tappezzavano tutta l’alta pianura fino a Milano. Erano posti che conoscevo, con la differenza della vista dall’alto. Ma arrivati in cima la prospettiva cambiava. Si capiva che oltre il mio nord, oltre la montagna che conteneva il mio mondo, c’erano un sacco di altri nord ed il mondo proseguiva.  A 6 o 7 anni, non ero pronto all’idea di un mondo senza confini e mi dava sollievo ritornar giù, nel mio catino, il mio paesaggio.
Passai così i primi anni della mia vita collocandomi in un luogo rispetto ai punti cardinali. La scuola, rispetto a casa mia, era un pezzo a sud e poi un pezzo ad ovest.  Ma proseguendo ancora un pezzo ad ovest si arrivava in cima ad una collina da cui si dominava un’area industriale vastissima. Quando andavo nei boschi o nei prati a farmi un giro, la montagna, là a nord, mi faceva sempre capire come tornare, anche quando iniziavo, in bici, ad esplorare luoghi che mi erano sconosciuti. Iniziai presto a maturare la necessità di rappresentare il mio mondo dall’alto, in pianta, dato che avevo percepito che la rappresentazione frontale non era adeguata alla mia percezione. A questa necessità fu dovuto un immeritato insuccesso scolastico. In terza elementare si iniziava a studiare la geografia e l’oggetto era il proprio paese. Un giorno la maestra ci chiese di disegnare un luogo che ritenevamo rappresentativo del nostro paese o comunque un luogo del paese che ritenevamo importante. Decisi di disegnare un luogo che amavo e, dato che mi era proibito andarci da solo perché era pericoloso, mi attraeva molto. Si trattava di una palude, il cui nome suonava strano anche a me che lo avevo sempre sentito: Palude Pustenga.  Il problema è che mi venne naturale disegnarla in pianta e non frontalmente come tutti avevano disegnato i loro luoghi.  Iniziata l’opera, delineati con sicurezza i lati nord, est e sud che conoscevo molto bene perché percorsi da strade o sentieri accessibili, mi accorsi di non avere idea di cosa ci fosse sull’inesplorato  lato ovest, che estensione o che forma potesse avere. Chiesi allora aiuto alla maestra: Maestra, ma cosa c’è ad ovest della palude Pustenga? che forma ha?  oltre la palude ci sono prati, boschi o confina con la zona industriale? La maestra mi diede una risposta evasiva, dato che probabilmente era molto  meno collocata nello spazio di quanto non lo fossi io e dato che non immaginava che l’ovest potesse costituire qualche cosa di diverso dallo sfondo di canne ed acqua scura viste frontalmente. La mia pagina, una pagina di quadernone che avevo usato orizzontalmente, rimase bianchissima sul lato sinistro. Presi “si”, che non era né “bravo”, ne “bene”, ma probabilmente “non ti do un brutto voto solo perché prendi sempre bei voti”.
Quanto appreso sui libri poi, le città, le loro dimensioni, gli abitanti, le catene montuose, i fiumi, gli stati… hanno arricchito il mio senso dell’orientamento permettendomi di muovermi in ogni luogo con piena consapevolezza di dove mi trovi.
Quando sono stato negli Stati Uniti mi sentivo molto a mio agio quando, agli incroci tra 2 interstatali, nel deserto, i cartelli indicavano nord, sud, est, ed ovest: lo sapevo già! Certo che, mi dico, vero che di città e paesi ce n’erano ben pochi ma qualche aiuto in più lo potrebbero dare. Negli Stati Uniti comunque la gente deve essere abituata ad orientarsi: se in Italia le indicazioni agli incroci venissero date così, a destinazione ci arriverebbero in pochi. L’abitudine ai punti cardinali, in America, la si vede ovunque e, se non impari a conoscere usi e costumi locali sulla toponomastica resti fregato. 1450 N Sepulveda (la via, Sepulveda, è vera e si legge Sipulvìda, il numero è sparato a caso perché non me lo ricordo) era l’indirizzo di un motel che avevamo prenotato a Los Angeles. Lì, come si sa, è tutto più grande ed un numero civico può durare mezzo kilometro. Quando finalmente ci arrivi è un supermercato. Guardi bene, te la prendi con chi ha prenotato e scritto l’indirizzo, alla fine chiedi ad una signora di colore che esce dal supermercato in piena notte (in America si usa far la spesa anche di notte, non so perché) che ti spiega: Oh scemi, non vedete che questo è 1450 S Sepulveda? Per cosa cavolo credete che stiano N ed S?  In sostanza, la Sepulveda, come tutte le altre vie, è lunga una cinquantina di kilometri, in mezzo c’è lo zero, a nord le numerazioni sono seguite da N, a sud da S. Torniamo indietro e dopo una quarantina di kilometri troviamo il nostro 1450 N.  
Mi immagino un Corso Sempione, che finisce da una parte con il civico  129.312 N a Gallarate e dall'altra con il 39.430 S a Lodi, con l’1N e l’1S  ai due lati di P.zza Duomo a Milano.  Sarebbe il panico.
Perché nel nostro paese nessuno è abituato a parlare di nord, sud, est, ovest…..se non nei deliri politici di quest’ultimo ventennio, che se non altro ha dato a molti una nozione geografica che non avevano: che la Lombardia è a nord del Po. Poi, ulteriori deliri  hanno spinto a partorire nuovi toponimi  (tipo “Padania”),  incasinando quel poco che alcuni avevano inteso.
Per uno che, quando si muove ha in mente le mappe e sa sempre dove si trova il nord, non è facile interagire geograficamente con il resto del mondo. Normalmente le persone si orientano con riferimenti che stanno attorno. Ed essendo l’orientamento una necessità, sanno benissimo dove si trovi qualsiasi esercizio commerciale, distributore, condominio rosa, ristorante.  Le strade sono suddivise nelle categorie di stradine o stradone, con qualche superstrada sparsa qua e là. Il comune nel quale ci si trova spesso è optional, elemento non irrilevante in un area come quella pedemontana dove la maggior parte dei comuni sono conurbati.
Quindi, quando ricevo indicazioni su un posto da raggiungere, di solito pongo delle domande e tutti mi guardano stralunati.  Ma che paese è? Mah, sarà quello lì, o quello dopo, comunque è prima del centro commerciale! Ma che stradone? La sp 1? la statale per Varese?  Ma si, lo stradone, quello lì avanti a destra dopo l’autolavaggio. Cos’è? il sempione, la superstrada….?
Il risultato è che, se devo andare in un posto indirizzato da altri, molto spesso non riesco a raggiungere la destinazione. Me ne sono sempre fregato di autolavaggi e condomini rosa, a meno che non abbiano un interesse per me o siano belli; oppure non siano luoghi che in qualche modo mi attraggono per la loro decadente malinconia, come i distributori gasauto con il loro immancabile cane spelacchiato*, gli alberghi chiusi o certe palazzine degli anni 50.
Ognuno con le sue mappe mentali, io con quelle De Agostini, gli altri con quelle degli esercizi commerciali. Gli altri che san sempre dove trovare un ciclista o un arredo bagno, io i gasauto.  Peccato che ho la macchina diesel…..


*Una libera citazione di un testo teatrale di Marco Paolini che si intitola “I cani del gas” (Einaudi).

domenica 26 maggio 2013

Cugini di Campagna


La contemporaneità, il futuro ed il passato sono rappresentabili con estrema oggettività e chiarezza con un punto e due rette. Un punto che si muove piano, generando l’allungamento della retta del passato (convenzionalmente quella di sinistra), che non ha una reale origine perché infinita; di conseguenza già il concetto di allungamento si incasina. Stessi problemi con quella di destra, del futuro. Perché muovendosi il punto del presente dovrebbe accorciarsi ma i problemi, benché opposti, sono gli stessi della rappresentazione del passato. Evidentemente, quando si genera una situazione di questo tipo, ci si trova di fronte ad un paradosso: il che significa che si è partiti dalla prospettiva sbagliata. Confessando tutta la mia inadeguatezza alla soluzione del problema, mi sento però anche di rilevarne un altro: l’infinità del tempo, che si genera, presumo, dall’infinità dei numeri.  Quindi la legittimità di misurare il tempo indipendentemente dalle cose e dalla vita.  Si potrebbe, per convenzione definire che il tempo abbia un’origine come si presume ce l’abbiano le cose e la vita ed abbia una fine come, si presume, potrebbero avere le cose e la vita. Il tutto ovviamente smentibile dalla scienza, dalla religione, dalla speranza.  Ci sarebbe però una conseguenza: se la retta del passato, benché non infinita, è ben lunga, quella del futuro non possiamo saperlo.
La storia  che, rispetto alle problematiche delle rette di cui sopra, si occupa solo di quella  di sinistra, riporta il tempo in una dimensione un  po’ più gestibile dalla nostra conoscenza.  Qualsiasi rappresentazione di linea del tempo inizia solitamente con uomini che hanno sviluppato un qualche grado di abilità nell’utilizzo di utensili, capacità di coltivare ed allevare attorno ai 10.000 anni fa.  Un abisso insomma un po’ più comprensibile dalla nostra mente.  Ci sono aree di questa rappresentazione che risultano dense ed affollate. Di solito sono quelle che si avvicinano al presente, che godono di una maggior analiticità. Ma anche fasi della storia cruciali e ricche, come la storia dell’antica Roma. Sono sempre stato affascinato dai periodi meno “densi”, quelli che nei libri di storia sono rappresentati in  maniera più frettolosa, di cui in poche pagine si rappresentano secoli.  Penso ad esempio a quel periodo di storia medioevale successivo alla caduta dell’impero romano:  le grandi città ridotte a villaggi, i commerci ridotti al minimo, le incursioni di popoli venuti da lontano, i monaci traghettatori verso il futuro della cultura classica. A leggere di quei periodi si pensa alla sfortuna di quelle generazioni nate in un mondo che si era involuto, incerto, povero.
Il tempo della vita umana costituisce una terza forma di tempo, l’unica veramente comprensibile ed esperibile dall’uomo.  Ciò che la nostra mente è in grado di intendere non è in realtà la durata o la lunghezza del tempo.  A 10 anni o a 40, dietro di noi c‘è la lunghezza di tutta la vita vissuta, dinanzi una parte di vita che supponiamo di vivere, con una tendenziale rimozione dell’idea di fine. Gli elementi che abbiamo a disposizione per comprendere la quantità di tempo trascorso sono legati alla quantità di esperienze vissute, alla mutazione degli usi, dell’estetica, delle scoperte tecnologiche.   
In sostanza mi pare si possa affermare che vi siano 3 diverse modalità di rappresentare il tempo: sono convinto che esistano lingue, di cui ignoro l’esistenza, che usino 3 termini diversi per rappresentare il tempo oggettivo, il tempo della storia ed il tempo dell’uomo.  
Queste 3 dimensioni dialogano con estrema fatica. Se la dimensione oggettiva del tempo di solito interessa solo gli scienziati e non muove nei più  grandi passioni, il dialogo che trovo più complesso è quello tra il tempo storico ed quello dell’uomo.  Ognuno si arroga infatti la capacità di saper dare una lettura “storica” delle precedenti fasi della propria vita, di saper oggettivare e trattare con sguardo critico gli accadimenti che hanno riguardato il proprio passato, sia privati che pubblici. In realtà la nostra lettura del passato è fortemente condizionata dalla lettura affettiva di se e del proprio passato.  Insomma la “malinconia”, la sehensucht  verso ciò che non sarà più, costituisce una inevitabile lente deformante degli eventi; dove gli eventi, le mode, gli oggetti,  sono lo sfondo comune dei nostri ricordi.
Chiunque sia stato bambino negli anni settanta trova struggente ascoltare alcune canzoni e quando commenta una canzone di quei tempi su You Tube, dice che è stupenda, che la voce della cantante è impareggiabile e chitarristi così non se ne trovano più….anche se magari in quei tempi quello stesso brano o quello stesso gruppo era considerato commerciale o banale. Anni fa Fabio Fazio fece quel bellissimo programma in cui venivano riproposte musiche degli anni 70, come “Anima Mia” dei Cugini di Campagna. Lì, 30 anni dopo, erano musiche sublimi, quasi con dignità letteraria. A quei tempi, peraltro caratterizzati da una certa polarizzazione tra la musica “impegnata” e la musica “commerciale”, i Cugini di Campagna non muovevano certo le riviste specialistiche.  Senza scomodare la musica, che è uno degli elementi che con maggior facilità generano il ricordo, il racconto della storia di un periodo della nostra vita è quasi sempre entusiastico.  Sempre di quegli anni erano rivoluzionarie le auto, il design, addirittura la politica. Si dipinge un passato in cui il mondo era sempre più sicuro di quanto non lo sia oggi, pur se le cronache di rapimenti e di atti terroristici riempivano le pagine dei giornali.
La sensazione è insomma che il passato sia sempre un’età dell’oro; il decennio che ha caratterizzato l’infanzia di chi è poi diventato adulto, diviene un momento nel quale sono successe cose irripetibili e bellissime. E che vanno poi a generare il fiorente mercato del revival.  I Cugini di Campagna diventano pari ai Pink Floyd, gli anni 80 del disimpegno e dell’edonismo diventano ruggenti ed irripetibili….
Con tutto ciò intendo dire che dovremmo sempre fare i conti quanto raccontiamo la “storia”. Di solito stiamo raccontando la nostra storia, la nostra infanzia, i nostri 20 anni, gli inizi eroici della nostra carriera lavorativa, la nostra scoperta dell’età adulta. La nostra cerchia di affetti, il nostro gruppo, la nostra musica. Un periodo in cui siamo stati forti come leoni o un periodo in cui ci osserviamo con indulgente affetto per la nostra debolezza. Dovremmo spiegare, soprattutto a chi è più giovane di noi, che stiamo raccontando la nostra vita ed abbiamo tutto il diritto di dipingerla in una dorata età dell’oro;  perché il nostro istinto ci spinge ad amarci ed a sistemare per bene il nostro passato, facendo emergere le immagini più belle e seppellendo quelle che non vogliamo più avere sotto gli occhi e collocando il nostro passato nel posto giusto e nel momento giusto . Ma è un racconto di noi, non la storia.
Resta, per chiudere il cerchio, il presente ed il futuro, secondo la rappresentazione del tempo della vita umana. Se la lente della malinconia sdogana tutto il passato, il presente è una lotta per capire quale tra le infinite possibilità sia adeguata alla nostra vita. Nel presente abbiamo la responsabilità di respingere o ricercare un affetto, di fare una scelta imprenditoriale che si rivelerà adeguata o meno, facciamo scelte con i nostri figli, la nostra famiglia; ascoltiamo una musica per la prima volta, vediamo un nuovo libro in libreria, acquistiamo una casa o un auto, scegliamo un lavoro. Nulla nel presente ci da le garanzie del passato, nulla ci da la garanzia di essere al posto giusto e nel momento giusto, o che il mondo prenderà quella via piuttosto che un’altra.
Ma, tra la malinconia per il passato e l’adrenalina per un salto in avanti….facciamolo cazzo, fino all’ultimo giorno che ci resta!
P.S. Non ho nulla contro i Cugini di Campagna, anzi.  Ascoltando “Anima Mia” nell’interpretazione di Baglioni ho riscoperto quel pezzo della mia infanzia. E’ che, quando ero piccolo, in un appartamento attiguo la nostro, abitava un tizio che al mattino scendeva le scale con gli zoccoli di legno del Dott. Sholl e cantava Anima Mia facendo anche la voce in falsetto. In casa mia, i miei fratelli maggiori,  ascoltavano Genesis e Pink Floyd e deridevano il vicino per i suoi gusti musicali e le qualità canore, ponendo così un macigno sui miei ancora acerbi gusti:  tutto ma non i Cugini di Campagna!

giovedì 23 maggio 2013

Ouverture


Sono nato nel 1968, una delle ultime leve cresciute con sistemi di comunicazione tradizionali. Insomma, senza telefonino, computer, ipvari,  mail, social network.  Telefonino dal 1997, un po’ per lavoro, un po’ perché sembrava incredibile chiamare qualcuno mentre si era in viaggio in auto. Ma non era un mezzo di comunicazione come oggi lo si può intendere. Telefonare costava così tanto che non ci si poteva certo permettere di conversare o scambiarsi opinioni.  E-mail dal 1998, ma solo al lavoro. Per inviare e ricevere bisognava connettersi, dal modem usciva quella musichetta metallica a 3 toni con un gorgheggio finale e la magia era compiuta.  Poi, pian piano internet.  Pian piano però. Non ho consultato nessun giornale o visto alcun video l’11 settembre 2001. Ho sentito alla radio, al lavoro, cosa era successo. Ed ho visto le prime immagini rientrando alla sera, alla cassa di un distributore di benzina dove era accesa una televisione.   Nel 2002, alla fine di ottobre, io, la mia compagna e nostra figlia, che aveva un anno, siamo partiti per un week end ad Annecy, senza neanche sognarci di consultare un sito meteo. Diluviava, le strade erano allagate. Il mio istinto geografico-meteorologico mi diceva che spostandoci verso la Costa Azzurra, avremmo trovato il sole. Infatti, giunti a Cannes, che non è poi così vicina ad Annecy,  alla domenica a mezzogiorno, c’era il sole. Ed era anche ora di mettersi in viaggio per tornare. Più o meno nel 2004 abbiamo messo una connessione internet a casa, che collegava il nostro dinosauro informatico al mondo. Il dinosauro, che fino al giorno prima aveva dignitosamente assolto il compito di farci giocare a Napoleon Solitaire (gioco di carte), non favoriva la velocità delle connessioni internet del tempo. Il risultato era che, quando alla sera ci riunivamo per consultare il sito meteo della Radio Televisione Svizzera Italiana (massima autorità sul meteo di nord Lombardia e Svizzera), le icone ci mettevano almeno un paio di minuti a comparire sul video. Il cambio di pagina, dal tempo previsto alle temperature, richiedeva un altro minuto. E la pazienza era finita: il mondo andava veloce  verso  il dominio del world wide web lasciandomi tutto sommato indifferente.  Connessioni più veloci, il portatile, dal 2008, a casa ed al lavoro, mi hanno poi fatto scoprire quel mondo che mi lasciava indifferente generandomi uno stupore infantile. Tante informazioni, che un tempo dovevo chiudermi in Sormani un pomeriggio per scovare, tanti dati che non avrei saputo neanche su che libri cercare…tutti lì, in un secondo.
Dicevo pero’ che sono cresciuto avendo a disposizione mezzi di comunicazione tradizionali. Nel senso che, durante la mia adolescenza e la post adolescenza, quando l’esigenza di comunicazione è più forte, continua, quasi convulsa nel faticoso lavoro di confronto con il gruppo, il mezzo di cui fruire era sostanzialmente quello del confronto diretto.  Tutti avevamo il telefono a casa. Fisso e con la rotella. I più fortunati avevano il cordless, i ricchi il telefono in camera. I più in una stanza dove non c’era nessuna privacy e sotto lo sguardo di rimprovero dei genitori, per i quali, comunque andasse, anche quando le telefonate le ricevevi,  facevi spendere troppo di telefono. Quindi con gli amici, i compagni, la morosa, ci si trovava fuori, in un posto nel quale ci si era dati appuntamento la sera prima, all’ora stabilita. Se uno non arrivava, se avevi la fortuna che lì vicino ci fosse una cabina, lo chiamavi; altrimenti amen,  voleva dire che ti aveva tirato un pacco.
Io in realtà non ero tanto uno “da piazza”. Nel senso che non amavo andare in piazza, o sul lungolago e stare lì, con un gruppo nella sua formazione tipo:  elementi centrali stabili e dominanti, ali variabili, capacità di iniziativa scarsa, osservazione dei passanti.  Per mera difficoltà a stare nel gruppo ( o per mia inclinazione),  ho sempre avuto rapporti di amicizia stretti da cui originava il desiderio di girare l’America in 4, o andare a Parigi in 2, o parlare di Petrarca o di Leopardi in 3. Ci si sballava con le tinte forti dei poeti preromantici e si sognava di arrivare a Los Angeles, in auto, la notte, dal deserto. E vedere le luci della città emergere dal buio delle notti del West. O si sognava con la propria ragazza di arrivare fino in Svezia in macchina, magari avendo un giorno una macchina in grado di superare le Alpi, avendo sempre io a disposizione auto affidabili su tratte di 15-20 km al massimo.
Per condividere questi sogni, per programmare epiche imprese, io, i miei amici, la mia ragazza, ci scrivevamo. Delle volte, quando uno ne aveva voglia e senza obbligo di risposta. La sera, quando bisognava iniziare l’impresa di un nuovo esame all’università o in treno. Era un po’ come stare con qualcun altro, quello a cui raccontavi, mentre si scriveva. Darsi una lettera era una cosa molto naturale, riceverla era molto bello. Era scoprire cosa aveva da raccontarti qualcuno e gioire perché voleva raccontarlo proprio a te.
Il supporto della lettera, la carta, aveva il suo significato. Premetto, per chi ha qualche anno in meno di me, che le risme di fogli A4 che adesso richiamano l'idea di carta, erano cosa rara e non a disposizione dei più.  Avevo un’amica che staccava i fogli dal quaderno e li rifilava con la forbice lungo il bordo che era stato staccato. Non era una cosa elegantissima. A vedere quelle lettere facevano venire subito in mente i compiti in classe. Qualcuno usava i blocchi: meglio, di solito i fogli erano fatti apposta per essere staccati ed almeno non sembravano compiti in classe.   Personalmente avevo una gran passione per la carta da lettera. La carta da lettera era molto diffusa ed era un must tra le cose da regalare. Prediligevo la carta più spessa, non troppo liscia, dove mi veniva meglio scrivere con la stilo o il pennarello con punta 0,1. Bianca coi bordi lavorati, o avorio, o grigia chiara. Con decorazioni solo  minimali.
Col tempo poi, crescendo io, i miei amici, la mia compagna, ci siamo scritti sempre meno. Tanti di quei sogni di avventure li abbiamo realizzati. Parigi in 2, l’America in 5, dove abbiamo visto, la notte, viaggiando nel deserto, le luci della città che si avvicinavano.  Qualche lattina di birra nel baule, la musica ed i finestrini abbassati.  Abbiamo valicato le Alpi, ma anche i Pirenei, le Cevennes, la Senna…  Tanti altri si sono poi realizzati senza averli sognati allora. Che i sogni di adulto, non si sanno sognare a 20 anni.
Oggi, se porgessi una lettera, su carta da lettera, ad uno miei antichi corrispondenti, sarebbe probabilmente felice di riceverla come un tempo. Ma compirei un atto nostalgico. Un “Grande Freddo“ dei nostri 20 anni e di come era il mondo.  Che è facile farsi abbindolare dall’epicità delle cose passate, trasmesse sempre a chi ancora non c’era, come una fulgente stagione dell’oro in contrasto con la freddezza del presente.
Per me, che sono cresciuto così, con una tecnologia vintage e la carta da lettera, è una sfida  scrivere su un blog o su qualsiasi aggeggio che potenzialmente può propagarsi nella rete all’infinito. Le mie lettere finivano in una tasca o in un cassetto. Forse oggi non ce n’è più traccia, perse in un trasloco, riamaste tra le cose lasciate a casa dei genitori e poi buttate…. Una traccia in rete non ha potenzialmente una fine,
Pero’, anche se son cresciuto così, voglio continuare a crescere. Ed allora, operando un atto di fiducia,  ho chiesto a Giacomino, che negli anni novanta non aveva 20 anni ma è nato, di aiutarmi a fare questa cosa.