martedì 15 luglio 2014

Il navigatore

Non sono tra quelli che criticano per partito preso le nuove tecnologie, solo perché prendono il posto di dispositivi o abitudini la cui inesorabile uscita di scena rimanda sentimenti di nostalgia e del tempo che passa.  Una innovazione su tutte mi segnò:  il giorno in cui  usci Zooropa degli U2 nel 1993 mi precipitai a comprarlo e scoprii che era uscito solo in cd e cassetta (che fine ingloriosa le cassette!.....) e non in vinile. Per chi, come la maggior parte dei miei coetanei, era cresciuto anelando ad un impianto stereo migliore e confrontando con gli altri la larghezza della propria collezione di dischi era una novità importante: qualsiasi larghezza si fosse raggiunta non contava più e si ripartiva da zero con i cd. In fondo i nuovi dispositivi non erano male ed avevano un grosso vantaggio sui dischi: si rigavano meno e si sporcavano meno. Infatti, pur con tutta la cura che ci si potesse mettere nel tenere i propri dischi, c’era sempre qualcuno che non solo aveva una collezione più grossa della tua, ma anche dischi più puliti e meno sfrisati; il che non generava frustrazione o incazzatura ma vero e genuino senso di colpa.
Quindi, benvenuti agli U2 con il loro cd, lo comprai con l’entusiasmo di una nuova sfida, ma con un grosso problema: non avevo il lettore cd ed allora gli hi-fi avevano prezzi esagerati. Me lo regalarono i miei amici per mio compleanno pochi giorni dopo e funziona ancora. La dimensione della mia collezione di cd impressiona ed intimorisce i giovani che transitano da casa mia, che sono ormai convinti che la musica stia solo su i-phone o memorie.
C’è pero’ una tecnologia (mica tanto nuova a dire il vero, ma che ha avuto una diffusione totale da quando si usano gli i-phone) che critico per l’utilizzo che se fa: il navigatore.
Fino agli anni 90, ultimo decennio non totaltecnologico, se si doveva andare in un posto non conosciuto si usava il Tuttocittà, fondamentale strumento distribuito annualmente con le Pagine Bianche (altresì dette Rubrica) e Pagine Gialle. Tutti avevano il Tuttocittà in macchina, piegato in due nella tasca della portiera. Chi poi viveva in Lombardia cercava in ogni modo di procurarsi una copia usata di quello della città di Milano: era infatti la miglior mappa di Milano in circolazione e dato che la ricevevano solo i residenti  nella rete urbana di Milano, chi non era milanese lo otteneva col sacrificio e la fatica e lo teneva come un oracolo.  Il punto è che Tuttocittà dava un sunto molto stringato dei luoghi raggiungibili con l’ausilio di una mappa. In quello della provincia di Varese c’erano le mappe complete delle città, Varese, Busto Arsizio, Gallarate, Saronno e le mappe dei soli centri storici di alcune piccole città. Una quindicina di mappe  in tutto su 141 comuni.  Quindi, se dovevi trovare un indirizzo di un comune non in mappa, non restava che cercare la via ….e chiedere.  In quegli anni, per me girovaghi, ero spesso con il mio amico Tenca, con cui peraltro condividevo l’appartenenza ad una numerosissima rockband. Per motivi ignoti i suonatori devono sempre fare tanta strada: dalle nostre parti, sul lago, venivano a suonare le band di Lecco, noi andavamo a suonare a Biella e quelli di Biella andavano a suonare a Lecco. Era una cosa così, che faceva fighi probabilmente e che costringeva ad esodi biblici intere popolazioni di supporters e fidanzate incazzate. Quando dovevamo raggiungere il locale, il paese o la città, la si raggiungeva senza troppa difficoltà: avevo un atlante d’Italia dettagliatissimo dove erano indicati praticamente tutti i comuni.  Ma raggiungere poi l’indirizzo dato, senza una mappa appunto, era la parte più complessa dello spostamento. Il Tenca, per sua natura e esigenza, doveva sempre chiedere a qualcuno, cosa che io non sopportavo perché ritenevo di riuscire a raggiungere la destinazione senza indicazioni. Fermati, chiediamo a quello lì! Il Tenca aveva una capacità incredibile di intercettare i soggetti meno adeguati da cui avere informazioni. Una volta eravamo a New York ed era notte ed io mi chiedevo se fosse sicuro prendere la metropolitana per rientrare in albergo o non fosse meglio un taxi. Basta chiedere no? Excuse me, is the undergound safe by night? Oh Yes, yes, it’s my home!  Aveva chiesto se la metropolitana fosse sicura ad un barbone che ci viveva. Caspita, adesso si che mi sento tranquillo! Quando fermavamo qualcuno per sapere dove fosse una via era certo che fosse o un immigrato appena arrivato in Italia che sapeva appunto solo di essere in Italia, o un sordo muto, o uno zio di Cosenza venuto a trovare i nipoti che era sceso a fare 2 passi o uno che ci chiedeva se avevamo del fumo o se volevamo comprarlo. Alla fine si arrivava sempre e, spenta l’auto ci si sentiva degli eroi per essere riusciti ad arrivare in un locale nascosto in un cortile di una traversa della via principale di un paese ad 80 km da casa.
Quegli 80 km obbligavano anche chi non aveva un particolare senso geografico ad orientarsi ed a costruirsi una qualche forma di mappa:  il proprio territorio con tutti i riferimenti legati alla quotidianità, alcuni riferimenti remoti,  capolinea del mondo ordinariamente raggiungibile e disposti più o meno a punte di stella ed una serie di nodi di interscambio, quegli snodi stradali o autostradali da raggiungere per imboccare statali o autostrade. Certo, sui nodi di interscambio, insomma sulla strada da fare, ognuno aveva le proprie certezze ed i propri riferimenti basati su una mappa percettiva del mondo, che solo in rari casi si avvicinava a quella reale. Avevo uno zio ad esempio che viveva nell’hinterland nord di Milano; quando doveva venire a casa nostra, che stava appena ad ovest di Varese, prendeva l’autostrada per Como, percorreva la statale 342 Como- Varese, che in 25 km attraversa i centri di una decina di paesi, attraversava Varese ed arrivava a casa nostra dopo un paio d’ore di viaggio. Per anni gli spiegammo che poteva prendere l’autostrada per Varese, che da Milano dista gli stessi km di Como, ed uscendo dall’autostrada si sarebbe trovato a 3-4 km da casa nostra. Ma non ci fu nulla da fare: nella sua mappa personale, per andare verso nord, verso i laghi, bisognava andare a Como e poi da lì si vedeva!
Che ogni scoperta scientifica o tecnologica porti ad un vantaggio e contemporaneamente ad una perdita, prima che un compromesso è un processo logico. La ruota ci ampliato il territorio ma ha iniziato a renderci via via meno performanti, l’auto, l’aereo ci hanno ampliato il mondo e ce lo hanno messo a disposizione con una facilità sorprendente, ma hanno contribuito pesantemente ad inquinarlo ed a rendere la periferia di Shanghai simile a quella di Phoenix.
Gli svantaggi del navigatore paiono in realtà più che sacrificabili di fronte alla possibilità di raggiungere una cittadina di remota provincia senza impegnarci in ricerche ed indagini complessissime. Eppure per un viaggiatore la scelta della strada, lo studio del percorso sono l’anima stessa del viaggio. Ecco il navigatore non aumenta l’inquinamento e non fa male a nessuno, ma toglie la facoltà di scegliere, toglie la sfida di vedere il mondo. Quando imposti la tua destinazione è come se entrassi in un corridoio di vetro che ti conduce sicuro alla tua meta finale, senza rischi, senza responsabilità. Che tu come destinazione inserisca Mosca  o Lione o Novara l’unica cosa che cambia è la durata del percorso. Quanti paesi devi attraversare, che lingua parlano, se c’è un’altra strada dove vedi il mare, una che passa da uno stupendo borgo antico, cosa mangiano in quei luoghi, se ci producono un buon vino…. Non vedi nulla, solo un tracciato che ti porta alla destinazione finale ed una voce più o meno cortese che ti conduce protettiva dicendoti di svoltare a destra o proseguire dritto per  562 km.  
Mi sento reazionario e nostalgico nel criticare uno strumento che ci consente di raggiungere la nostra destinazione senza fatiche. Ma mi pare che se perdiamo le mappe di carta, come rischiamo che accada, gli intercity che attraversano l’Italia e l’Europa , che abbiamo già perso, si perda anche il Viaggio, la più stupefacente forma di sfida, di iniziazione alla vita adulta, di scoperta che l’uomo conosce. Andare a Sharm el Sheikh o a Palma per poche centinaia di euro, in un villaggio dove  è probabile che troverai un sacco di gente che abita a 20 km da casa tua, non è un viaggio, è l’industria del viaggio, è il vacanzificio che ha la stessa originalità degli accessori casalinghi cinesi che troviamo al supermercato nei contenitori “tutto a 2€”.
 Denny, che quando ha preso la patente il tuttocittà non lo pubblicavano già più, mi ha raccontato che voleva farsi un bel viaggio in Europa. Gli ho regalato un atlante stradale di quelli seri, con le mappe 1:800.000 e le piante delle principali città. E gli ho spigato che in un viaggio si sceglie l’itinerario di massima, ma poi ogni mattina è la strada a chiamarti ed a dirti quale scegliere.  

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