Sono nato nel 1968, una delle ultime leve cresciute con
sistemi di comunicazione tradizionali. Insomma, senza telefonino, computer,
ipvari, mail, social network. Telefonino dal 1997, un po’ per lavoro, un po’
perché sembrava incredibile chiamare qualcuno mentre si era in viaggio in auto.
Ma non era un mezzo di comunicazione come oggi lo si può intendere. Telefonare costava
così tanto che non ci si poteva certo permettere di conversare o scambiarsi
opinioni. E-mail dal 1998, ma solo al
lavoro. Per inviare e ricevere bisognava connettersi, dal modem usciva quella
musichetta metallica a 3 toni con un gorgheggio finale e la magia era
compiuta. Poi, pian piano internet. Pian piano però. Non ho consultato nessun
giornale o visto alcun video l’11 settembre 2001. Ho sentito alla radio, al
lavoro, cosa era successo. Ed ho visto le prime immagini rientrando alla sera,
alla cassa di un distributore di benzina dove era accesa una televisione. Nel
2002, alla fine di ottobre, io, la mia compagna e nostra figlia, che aveva un
anno, siamo partiti per un week end ad Annecy, senza neanche sognarci di
consultare un sito meteo. Diluviava, le strade erano allagate. Il mio istinto
geografico-meteorologico mi diceva che spostandoci verso la Costa Azzurra,
avremmo trovato il sole. Infatti, giunti a Cannes, che non è poi così vicina ad
Annecy, alla domenica a mezzogiorno, c’era
il sole. Ed era anche ora di mettersi in viaggio per tornare. Più o meno nel
2004 abbiamo messo una connessione internet a casa, che collegava il nostro
dinosauro informatico al mondo. Il dinosauro, che fino al giorno prima aveva
dignitosamente assolto il compito di farci giocare a Napoleon Solitaire (gioco
di carte), non favoriva la velocità delle connessioni internet del tempo. Il
risultato era che, quando alla sera ci riunivamo per consultare il sito meteo
della Radio Televisione Svizzera Italiana (massima autorità sul meteo di nord
Lombardia e Svizzera), le icone ci mettevano almeno un paio di minuti a
comparire sul video. Il cambio di pagina, dal tempo previsto alle temperature,
richiedeva un altro minuto. E la pazienza era finita: il mondo andava veloce verso il
dominio del world wide web lasciandomi tutto sommato indifferente. Connessioni più veloci, il portatile, dal
2008, a casa ed al lavoro, mi hanno poi fatto scoprire quel mondo che mi
lasciava indifferente generandomi uno stupore infantile. Tante informazioni,
che un tempo dovevo chiudermi in Sormani un pomeriggio per scovare, tanti dati
che non avrei saputo neanche su che libri cercare…tutti lì, in un secondo.
Dicevo pero’ che sono cresciuto avendo a disposizione mezzi
di comunicazione tradizionali. Nel senso che, durante la mia adolescenza e la
post adolescenza, quando l’esigenza di comunicazione è più forte, continua,
quasi convulsa nel faticoso lavoro di confronto con il gruppo, il mezzo di cui
fruire era sostanzialmente quello del confronto diretto. Tutti avevamo il telefono a casa. Fisso e con
la rotella. I più fortunati avevano il cordless, i ricchi il telefono in
camera. I più in una stanza dove non c’era nessuna privacy e sotto lo sguardo
di rimprovero dei genitori, per i quali, comunque andasse, anche quando le
telefonate le ricevevi, facevi spendere
troppo di telefono. Quindi con gli amici, i compagni, la morosa, ci si trovava
fuori, in un posto nel quale ci si era dati appuntamento la sera prima, all’ora
stabilita. Se uno non arrivava, se avevi la fortuna che lì vicino ci fosse una
cabina, lo chiamavi; altrimenti amen,
voleva dire che ti aveva tirato un pacco.
Io in realtà non ero tanto uno “da piazza”. Nel senso che
non amavo andare in piazza, o sul lungolago e stare lì, con un gruppo nella sua
formazione tipo: elementi centrali
stabili e dominanti, ali variabili, capacità di iniziativa scarsa, osservazione
dei passanti. Per mera difficoltà a
stare nel gruppo ( o per mia inclinazione),
ho sempre avuto rapporti di amicizia stretti da cui originava il
desiderio di girare l’America in 4, o andare a Parigi in 2, o parlare di
Petrarca o di Leopardi in 3. Ci si sballava con le tinte forti dei poeti
preromantici e si sognava di arrivare a Los Angeles, in auto, la notte, dal
deserto. E vedere le luci della città emergere dal buio delle notti del West. O
si sognava con la propria ragazza di arrivare fino in Svezia in macchina,
magari avendo un giorno una macchina in grado di superare le Alpi, avendo
sempre io a disposizione auto affidabili su tratte di 15-20 km al massimo.
Per condividere questi sogni, per programmare epiche
imprese, io, i miei amici, la mia ragazza, ci scrivevamo. Delle volte, quando
uno ne aveva voglia e senza obbligo di risposta. La sera, quando bisognava
iniziare l’impresa di un nuovo esame all’università o in treno. Era un po’ come
stare con qualcun altro, quello a cui raccontavi, mentre si scriveva. Darsi una
lettera era una cosa molto naturale, riceverla era molto bello. Era scoprire
cosa aveva da raccontarti qualcuno e gioire perché voleva raccontarlo proprio a
te.
Il supporto della lettera, la carta, aveva il suo
significato. Premetto, per chi ha qualche anno in meno di me, che le risme di fogli
A4 che adesso richiamano l'idea di carta, erano cosa rara e non a disposizione dei più. Avevo un’amica che staccava i fogli dal
quaderno e li rifilava con la forbice lungo il bordo che era stato staccato.
Non era una cosa elegantissima. A vedere quelle lettere facevano venire subito
in mente i compiti in classe. Qualcuno usava i blocchi: meglio, di solito i
fogli erano fatti apposta per essere staccati ed almeno non sembravano compiti
in classe. Personalmente avevo una gran passione per la
carta da lettera. La carta da lettera era molto diffusa ed era un must tra le
cose da regalare. Prediligevo la carta più spessa, non troppo liscia, dove mi
veniva meglio scrivere con la stilo o il pennarello con punta 0,1. Bianca coi
bordi lavorati, o avorio, o grigia chiara. Con decorazioni solo minimali.
Col tempo poi, crescendo io, i miei amici, la mia compagna,
ci siamo scritti sempre meno. Tanti di quei sogni di avventure li abbiamo
realizzati. Parigi in 2, l’America in 5, dove abbiamo visto, la notte, viaggiando
nel deserto, le luci della città che si avvicinavano. Qualche lattina di birra nel baule, la musica
ed i finestrini abbassati. Abbiamo
valicato le Alpi, ma anche i Pirenei, le Cevennes, la Senna… Tanti altri si sono poi realizzati senza
averli sognati allora. Che i sogni di adulto, non si sanno sognare a 20 anni.
Oggi, se porgessi una lettera, su carta da lettera, ad uno
miei antichi corrispondenti, sarebbe probabilmente felice di riceverla come un
tempo. Ma compirei un atto nostalgico. Un “Grande Freddo“ dei nostri 20 anni e
di come era il mondo. Che è facile farsi
abbindolare dall’epicità delle cose passate, trasmesse sempre a chi ancora non
c’era, come una fulgente stagione dell’oro in contrasto con la freddezza del
presente.
Per me, che sono cresciuto così, con una tecnologia vintage
e la carta da lettera, è una sfida scrivere su un blog o su qualsiasi aggeggio
che potenzialmente può propagarsi nella rete all’infinito. Le mie lettere
finivano in una tasca o in un cassetto. Forse oggi non ce n’è più traccia,
perse in un trasloco, riamaste tra le cose lasciate a casa dei genitori e poi
buttate…. Una traccia in rete non ha potenzialmente una fine,
Pero’, anche se son cresciuto così, voglio continuare a
crescere. Ed allora, operando un atto di fiducia, ho chiesto a Giacomino, che negli anni novanta
non aveva 20 anni ma è nato, di aiutarmi a fare questa cosa.
Ci sono ;-)
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