Lo sguardo, azione misteriosa e sublime con cui ci
concediamo al mondo ed agli altri. E con cui ci prendiamo il mondo e gli altri.
Semplici immagini che si rielaborano in sentimenti, sogni, ricordi, paure, strategie, speranze. Uniche, individuali, irripetibili.
Lo sguardo è uno degli elementi che indicano la maturità
dell’uomo. Lo sguardo che riconduce il mondo a se dell’infanzia, lo sguardo che
scopre gli altri nella costruzione del senso di appartenenza e di adeguatezza
dell’adolescenza…. Difficile ricondurre le complessità dello scambio generato
dallo sguardo ad una semplice definizione. Lo sguardo dei 20 anni impegnato a
trovare la sintesi tra l’io ideale e le infinite strade possibili. Lo sguardo
della maturità impegnato ad osservare le fondamenta della strada scelta. Lo
sguardo della vecchiaia, ricco dell’esperienza di una vita, libero di deridere
i condizionamenti.
La complessità e la ricchezza di una società deriva non
dalla somma, ma dallo scambio degli sguardi delle generazioni che la compongono.
Alcune particolari congiunture storiche o economiche premiano, in un
determinato momento storico, una generazione piuttosto che un’altra. Senza voler ignorare il merito o il demerito
del singolo individuo, o la responsabilità di ogni persona verso la propria ed
altrui felicità, l’asimmetria generazionale delle opportunità attraversa tutta
la storia.
In questi momenti
drammatici di crisi, penso alla generazione che, nei primi anni ‘60, si trovava
nella fase di definizione o consolidamento della propria carriera lavorativa:
un minimo di spirito imprenditoriale, una media predisposizione all’innovazione
consentiva di realizzare esperienze imprenditoriali di successo…di guardare al
proprio futuro ed a quello dei propri figli con speranza, scommettendo su un
benessere che dilagava esponenzialmente.
Oppure la generazione degli studenti che nel ‘68 e nei primi
anni ‘70 ha goduto di un assoluto protagonismo culturale, di un primato ideale
ed estetico.
La mia generazione si è affacciata all’adolescenza negli
anni 80, quando cultura ed ideali si erano asserragliati in circoli chiusi con
serratura a doppia mandata ed imperava edonismo e disimpegno; c’erano due sole possibilità: o vivere la
contemporaneità e fare i paninari, massima espressione culturale di quegli
anni, o tirarsi da parte ed aspettare che passassero di moda.
Pur non essendo stati protagonisti di un’epica ideale
(divenuta presto ideologica ed esclusiva) vissuta dalle 2 generazioni
precedenti alla nostra, chi ha iniziato a posare il proprio sguardo di giovane
adulto verso la fine degli anni 80 ed i primi anni 90, ha trovato un mondo
desideroso di incrociare i nostri sguardi.
In quegli anni alcuni modelli produttivi o imprenditoriali
che avevano caratterizzato l’industrializzazione fin dall’800, andavano in
crisi. Ma nuovi ne nascevano ed avevano fame di giovani diplomati, laureati,
formati a sostenere un’economia che cresceva ancora. L’informatica, la grande
distribuzione, la logistica, l’affacciarsi di una coscienza ecologica, nuove esigenze sull’uso del tempo libero, chiedevano
alla nostra generazione di imparare e di mettersi in gioco. Certo non erano gli
anni 60 del boom economico. Ma il nostro
sguardo contava nel mondo. A parziale riscatto della responsabilità di essere
stati la generazione che ha inventato i paninari…..
Questa crisi, si diceva, è drammatica. Ha sfiancato il mondo
occidentale ormai certo del suo benessere, lo ha fiaccato, affievolendo ogni
anno di più la speranza che, dietro questo mondo che sta finendo, ce ne sia uno
migliore che sta nascendo. Se ne parla sempre e ovunque, con timore, rabbia o
vergogna, se si è tra i tanti che si sentono sconfitti. E il dramma sociale è
quello che più salta agli occhi, che più impressiona; il dramma di famiglie
rimaste senza reddito, dei cinquantenni espulsi dal mondo del lavoro, degli
imprenditori suicidi, dei fragili che già erano tali in un modo più accogliente,
figuriamoci ora…
Senza negare la massima gravità di tutti i drammi sociali,
trovo però questo momento abbia prodotto un dramma epocale: la rinuncia dello
sguardo dei giovani. I giovani sono stati la vittima più sacrificabile in
questa crisi. Il loro ingresso nel mondo del lavoro è rimandabile e meno
urgente di quanto non lo sia per altre generazioni, perché comunque non muoiono di fame; possono
rimanere nella famiglia di origine, continuare a studiare, specializzarsi ed
una volta finito ricominciare. Tanto lavoro non ce n’è. Possono fare stages,
tirocini, acquisire esperienze, a titolo gratuito ovviamente. E se poi non han
più voglia che se ne stiano su Facebook. I giovani non vanno dai sindaci a
protestare o a chiedere aiuto perché non hanno da dar da mangiare ai loro
figli, spesso non votano. Stanno lì, con lo sguardo impegnato a trovare la
sintesi tra l’io ideale e le infinite strade possibili. Quasi tutte chiuse.
Il dramma epocale della rinuncia allo sguardo dei giovani
non sta nella compassione che generano; o nel timore della generazione dei loro
genitori che, se da un lato vivono la personale sofferenza del loro figlio che
non trova un lavoro, dall’altra si autoassolvono decretando la mancanza di
desiderio di concretezza e di impegno che dilaga nella generazione dei 20enni.
Il dramma sta nella rinuncia alla tensione all’ideale, alla
sperimentazione, al mettersi in gioco; alla necessità di pensare un mondo
migliore che dia un motivo per scegliere una delle infinite strade e divenire
adulti. Nella rinuncia agli errori generativi, all’impegno di chi si sta
assumendo responsabilità. Nella rinuncia all’innovazione portata da chi la sta
già vivendo e la vivrà. Nella rinuncia alla forza ed il vigore, alla paura di
non farcela.
Ho 44 anni, ho iniziato a pormi il problema di come
trasmettere (che è diverso da lasciare…), anche se non son diventato “grande”
da molto tempo. Di come consentire ai 20enni di avere uno spazio nel mondo
lavorativo ed imprenditoriale che ho contribuito a creare. Mi sono reso conto che la trasmissione non è
il dono di uno sguardo, ma un incrocio reciproco. E se questo scambio non
avviene, il potere e la responsabilità restano nelle mani di una generazione
narcisista ed autoreferenziata.
In questi anni la nostra impresa ha scelto di assumere
giovani: quella che un tempo era un naturale processo di continuazione della
specie è divenuta una azione sociale. Abbiamo scelto di dar loro spazio e
responsabilità. Fanno quello che hanno sempre fatto i giovani, ma, quasi sempre
hanno qualcosa in più: non vivono il lavoro come un diritto ma come una
fortuna, come un’opportunità da non perdere. Mettono il massimo impegno, si
sperimentano, fanno errori e cercano soluzioni, propongono. Spesso, la cosa migliore
che io possa trasmettere loro, non è la mia storia ma il mio spazio. E
scambiarsi lo sguardo.
io che mantengo la mia posizione sospesa tra un'anagrafica adultità e una raccontata (soprattutto a me stesso) gioventù trovo l'attuale tensione tra generazioni svuotata di quella conflittualità anche generativa.
RispondiEliminaparlavo con un giovane amico (30 anni...una volta non troppo distante si era pienamente adulti a 30) mi ha descritto questa situazione: gli attuali 50-60enni hanno occupato la politica e i giornali, quelli della tua (mia) generazione ora quarantenni vi siete infilati in associazioni e cooperative. a noi cosa rimane?
Non rimane un cazzo, parliamoci chiaro e se il lavoro è vissuto come fortuna, come opportunità a cui aggrapparsi. e in questo dare avere si perde quella tensione che ci ha fatto crescere.