lunedì 8 luglio 2013

giochi in strada



Girando in rete giorni fa, un po’ per caso, come spesso capita usando questo mezzo, mi sono addentrato nella storia della catastrofe di Chernobyl, delle zone contaminate, di quei pochi minuti che cambiarono per sempre una parte di Europa.  In particolare, mi ha condotto in questo viaggio il racconto di un viaggio vero, drammatico ed incredibile, realizzato e raccontato da una donna molto coraggiosa attraverso un sito, elenafilatova.com. Questa signora, che da quello che capisco dovrebbe avere una quarantina d’anni, ogni tanto, con la sua motocicletta, attraversa le zone contaminate ed evacuate per raccontare una storia che non vuole si dimentichi.
A quei tempi avevo 17 anni;  ho il ricordo di un pomeriggio di sole e di un cielo limpidissimo sopra alla mia testa ed io che mi chiedevo cosa fare; mi chiedevo se la nube radioattiva fosse già lì, se dovesse ancora arrivare, se ci saremmo trovati in un mondo di case, strade e boschi senza umani.
Il primo telegiornale a raccontare quanto era avvenuto non è del giorno del disastro, il 26 aprile 1986, neanche del giorno successivo, ma solo la sera del 28 aprile, per caso ci si rese conto che in Svezia c’erano livelli di radioattività anomali.  E probabilmente il giorno successivo trapelarono informazioni sull’incidente.
 Guardando il telegiornale di allora  http://www.youtube.com/watch?v=HLL8ZpeGV5s, ci si ricorda come funzionava il mondo allora: c’era la cortina di ferro, quanto accadeva nei paesi comunisti giungeva, quando giungeva, come un eco lontana e sinistra, anche quando si trattava dell’inaugurazione di un nuovo aeroporto;  figuriamoci per un disastro nucleare.
Avevamo tutti negli occhi le immagini di “The day after”, un film che avevano visto tutti e che raccontava la fine del mondo per una guerra nucleare scatenata, chiaramente, dall’Unione Sovietica; se non bastasse, giusto alle soglie delle nostre porte, c’era l’irrequieto Gheddafi che una bomba atomica, se gli giravano le scatole, ce la poteva lanciare anche con un motoscafo.
L’incubo nucleare era la paura delle paure, l’incubo che assorbiva tutti gli incubi rendendoci disponibili ad accettare qualsiasi sudditanza pur di allontanarlo. Come le paure millenaristiche, era una paura profonda e quasi irrazionale, la rappresentazione del male, come lo fu la peste e come lo sarebbe stato l’aids.
Quella paura arrivò per una via inattesa; non  fu la guerra ma il vento, a nulla valevano per salvarci i missili americani; e poi l’America era lontana e piena di centrali nucleari….
Per un po’ non si parlò d’altro; non mangiammo frutta o verdura, come raccomandavano ai tg. E durò almeno per un anno la paura, dato che, nel 1987, 26 milioni di italiani si scomodarono andando a votare ai referendum che, con l’80% dei voti, sancirono la fine dell’esperienza dell’energia nucleare italiana.
Poi Chernobyl divenne un problema fondamentalmente di Chernobyl e dintorni, la guerra fredda finì. Gorbaciov, nel dicembre 1989, visitò Milano in un pomeriggio di dicembre gelido come sanno esserlo i pomeriggi di Mosca. Una folla di migliaia di persone lo accolse festante come si accoglie una star, incurante dei piedi gelati dall’attesa.  Russi e dintorni non erano più gelidi e spietati sovietici ma uomini.
Nel mio viaggio, di cui parlavo all’inizio, ho scoperto 2 cose.
La prima è che la storia della tragedia immane di Chernobyl è una storia di uomini: di scienziati, di tecnici, di operai, di soccorritori. Di mogli, di figli, di bambini, di contadini.
Leggendo la storia di quell’incidente, i dettagli delle azioni e degli errori che la notte del 26 aprile portò all’esplosione del reattore N.4, ho visto qualcosa di diverso da quello che mi aspettavo.  L’Unione Sovietica, vista dal mondo dei “buoni” era un impero grigio, dove i potenti, più grigi ancora, tenevano in scacco un popolo, ignaro e suddito, cercando di impossessarsi del mondo. 
La storia di quella notte mi è invece parsa la storia di scienziati e tecnici che come Icaro sono andati a volare troppo vicini al sole. Di uomini talmente certi della scienza, della tecnologia, della loro competenza, dell’imbattibilità dell’uomo sulla natura, da non temere il mostro che, a pochi passi da loro poteva esplodere.  Ma  non bastò l’errore a scalfire le certezze. Non furono le eminenze di Mosca a nascondere il disastro; furono i tecnici e gli scienziati stessi a sottovalutarlo. Non parve possibile che una tecnologia così avanzata potesse fallire. Alla centrale avevano in dotazione rilevatori di radiazioni adeguati a rilevare le radiazioni naturali presenti nelle pietre. Stando a quei rilevatori le radiazioni non avevano nulla di pericoloso. Tutti continuarono a lavorare lì cercando di ridurre i danni. Pagarono i loro errori con la vita, come la vita sacrificarono l’immane numero di persone che partecipò ai soccorsi.
La città di Pripyat, dove vivevano figli e mogli di quanti lavoravano alla centrale, non venne evacuata che 36 ore più tardi. Le mogli ed i figli vedevano il fumo che saliva dalla centrale, distante solo 4 chilometri. I mariti ed i padri non rientravano dal lavoro. Ma nessuno pensò di scappare.  La tecnologia e la scienza non potevano fallire.
Non conoscevamo, ai tempi della guerra fredda, un’Unione Sovietica di uomini.  Fu certo una dittatura feroce, che limitò la libertà di stampa e di pensiero richiudendo gli uomini nei gulag. Ma di quel mondo vedevamo sempre  oscuri premier attorniati da inquietanti ministri, racchiusi in cappotti e colbacchi su gelide piazze rosse. Vedevamo parate militari e dimostrazioni di forza accanto ad un popolo affamato ed assoggettato.
A quei tempi non abbiamo mai visto bambini che attendono padri che non tornano, padri che volano troppo vicino al sole e che cadono, trascinando un popolo intero in una disgrazia immane. E portando nella loro tomba l’insostenibile senso di colpa di aver sfidato gli dei perdendo.
La seconda storia che ho scoperto  è una storia di città fantasma, di un territorio immenso, nel cuore dell’Europa, dove gli uomini per migliaia di anni hanno costruito, coltivato, allevato ed in un sol giorno se ne sono andati per sempre. Dato che le decine migliaia di anni che saranno necessari perché le terre evacuate tornino abitabili, rendono l’avverbio sempre il più adeguato.
La città di Pripyat venne evacuata in poche ore con 1100 autobus. Quando ormai i suoi 40.000 abitanti avevano respirato, toccato, assorbito dosi terribili di radiazioni, si capì che non vi era alternativa. Le autorità comunicarono che sarebbe stato necessario allontanarsi per qualche giorno per cui chiesero alla popolazione di prendere l’indispensabile. Non tornarono più. Come non tornarono più le altre centinaia di migliaia di persone evacuate dalle aree contaminate di Ucraina, Bielorussia e Russia.
Questa storia richiama il dramma di una deportazione, di un popolo sradicato dalla sua terra, la sua casa, il suo lavoro. Dagli amici, le comunità, dalle scuole, dai compagni e le maestre, dai colleghi; da tutto quel tessuto che è l’essenza della nostra vita. Richiama alla memoria il dramma degli sfollati del disastro del Polesine o del Vajont. Ma con in più la tragedia di un veleno invisibile che si è insinuato nel corpo e può portare i suoi devastanti effetti anche a distanza di decine di anni. E di una terra che è là, e mai più la si potrà rivedere o rivivere.
Ciò che più mi colpisce però sono le immagini di questo mondo abbandonato dagli uomini. Di queste città e questi villaggi lasciati così, un giorno, com’erano. Coi piatti nel lavandino, i quadri al muro, le foto incorniciate. I giochi nelle stanze dei bambini, i calendari ai muri, i documenti nei cassetti, le sedie sotto al tavolo. Un gioco lasciato in strada: corri, dicono che dobbiamo andarcene!


Ogni cosa lasciata lì per sempre.  Il bambino che giocava con il gioco ormai sarà uomo e la madre anziana, se le radiazioni li hanno risparmiati. Ma quell’attimo, in quelle cose, durerà per sempre.
Le immagini di Pripyat  (sono le più numerose e le più impressionanti),  non sembrano scattate da uomini. Pare fosse una bella città, moderna, piena di fiori e di strutture per il tempo libero.
Ora si vedono questi palazzoni, con le finestre aperte. Nelle crepe dell’asfalto sono cresciuti alberi, i viali sono percorsi da lupi ed orsi. Le vetrine dei negozi saccheggiati ospitano una natura che lentamente riprende possesso di ciò che gli appartiene. I muri, cotti dalle radiazioni, si scrostano.
Lungo il fiume, le chiatte e le navi arrugginite hanno rotto le corde che le legavano al porto e la corrente le ha ammassate in un’insenatura.
Negli appartamenti le testimonianze delle vite che li hanno animati, ornano un silenzio agghiacciante. Definitivo.
Ciò che non mi spiego è come mai queste immagini suscitino una sorta di macabro interesse e curiosità. Non so definire se sia per sollievo che si prova poi trovandosi lontani, in una zona dove vivono in media 700 umani per kilometro quadrato. O se sia la curiosità di cosa sia il mondo senza l’uomo. O curiosità per l’agghiacciante longevità che hanno le cose rispetto all’uomo, che si piegano fedeli al suo volere vendicandosi poi con una assoluta indifferenza rispetto alla sua assenza.
O se sia per l’onnipotenza di noi umani, tanto bravi da spingerci così avanti da cancellarci schiacciando un semplice tasto.

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