Girando in rete giorni fa, un po’ per caso, come spesso
capita usando questo mezzo, mi sono addentrato nella storia della catastrofe di
Chernobyl, delle zone contaminate, di quei pochi minuti che cambiarono per
sempre una parte di Europa. In
particolare, mi ha condotto in questo viaggio il racconto di un viaggio vero,
drammatico ed incredibile, realizzato e raccontato da una donna molto
coraggiosa attraverso un sito, elenafilatova.com.
Questa signora, che da quello che capisco dovrebbe avere una quarantina d’anni,
ogni tanto, con la sua motocicletta, attraversa le zone contaminate ed evacuate
per raccontare una storia che non vuole si dimentichi.
A quei tempi avevo 17 anni;
ho il ricordo di un pomeriggio di sole e di un cielo limpidissimo sopra
alla mia testa ed io che mi chiedevo cosa fare; mi chiedevo se la nube
radioattiva fosse già lì, se dovesse ancora arrivare, se ci saremmo trovati in
un mondo di case, strade e boschi senza umani.
Il primo telegiornale a raccontare quanto era avvenuto non è
del giorno del disastro, il 26 aprile 1986, neanche del giorno successivo, ma
solo la sera del 28 aprile, per caso ci si rese conto che in Svezia c’erano
livelli di radioattività anomali. E
probabilmente il giorno successivo trapelarono informazioni sull’incidente.
Guardando il
telegiornale di allora http://www.youtube.com/watch?v=HLL8ZpeGV5s,
ci si ricorda come funzionava il mondo allora: c’era la cortina di ferro,
quanto accadeva nei paesi comunisti giungeva, quando giungeva, come un eco
lontana e sinistra, anche quando si trattava dell’inaugurazione di un nuovo
aeroporto; figuriamoci per un disastro
nucleare.
Avevamo tutti negli occhi le immagini di “The day after”, un
film che avevano visto tutti e che raccontava la fine del mondo per una guerra
nucleare scatenata, chiaramente, dall’Unione Sovietica; se non bastasse, giusto
alle soglie delle nostre porte, c’era l’irrequieto Gheddafi che una bomba
atomica, se gli giravano le scatole, ce la poteva lanciare anche con un
motoscafo.
L’incubo nucleare era la paura delle paure, l’incubo che assorbiva
tutti gli incubi rendendoci disponibili ad accettare qualsiasi sudditanza pur
di allontanarlo. Come le paure millenaristiche, era una paura profonda e quasi
irrazionale, la rappresentazione del male, come lo fu la peste e come lo sarebbe
stato l’aids.
Quella paura arrivò per una via inattesa; non fu la guerra ma il vento, a nulla valevano
per salvarci i missili americani; e poi l’America era lontana e piena di
centrali nucleari….
Per un po’ non si parlò d’altro; non mangiammo frutta o
verdura, come raccomandavano ai tg. E durò almeno per un anno la paura, dato che, nel
1987, 26 milioni di italiani si scomodarono andando a votare ai referendum che,
con l’80% dei voti, sancirono la fine dell’esperienza dell’energia nucleare
italiana.
Poi Chernobyl divenne un problema fondamentalmente di
Chernobyl e dintorni, la guerra fredda finì. Gorbaciov, nel dicembre 1989,
visitò Milano in un pomeriggio di dicembre gelido come sanno esserlo i
pomeriggi di Mosca. Una folla di migliaia di persone lo accolse festante come
si accoglie una star, incurante dei piedi gelati dall’attesa. Russi e dintorni non erano più gelidi e
spietati sovietici ma uomini.
Nel mio viaggio, di cui parlavo all’inizio, ho scoperto 2
cose.
La prima è che la storia della tragedia immane di Chernobyl
è una storia di uomini: di scienziati, di tecnici, di operai, di soccorritori.
Di mogli, di figli, di bambini, di contadini.
Leggendo la storia di quell’incidente, i dettagli delle
azioni e degli errori che la notte del 26 aprile portò all’esplosione del
reattore N.4, ho visto qualcosa di diverso da quello che mi aspettavo. L’Unione Sovietica, vista dal mondo dei “buoni”
era un impero grigio, dove i potenti, più grigi ancora, tenevano in scacco un
popolo, ignaro e suddito, cercando di impossessarsi del mondo.
La storia di quella notte mi è invece parsa la storia di
scienziati e tecnici che come Icaro sono andati a volare troppo vicini al sole.
Di uomini talmente certi della scienza, della tecnologia, della loro competenza,
dell’imbattibilità dell’uomo sulla natura, da non temere il mostro che, a pochi
passi da loro poteva esplodere. Ma non bastò l’errore a scalfire le certezze. Non
furono le eminenze di Mosca a nascondere il disastro; furono i tecnici e gli
scienziati stessi a sottovalutarlo. Non parve possibile che una tecnologia così
avanzata potesse fallire. Alla centrale avevano in dotazione rilevatori di
radiazioni adeguati a rilevare le radiazioni naturali presenti nelle pietre.
Stando a quei rilevatori le radiazioni non avevano nulla di pericoloso. Tutti
continuarono a lavorare lì cercando di ridurre i danni. Pagarono i loro errori
con la vita, come la vita sacrificarono l’immane numero di persone che
partecipò ai soccorsi.
La città di Pripyat, dove vivevano figli e mogli di quanti
lavoravano alla centrale, non venne evacuata che 36 ore più tardi. Le mogli ed
i figli vedevano il fumo che saliva dalla centrale, distante solo 4 chilometri.
I mariti ed i padri non rientravano dal lavoro. Ma nessuno pensò di
scappare. La tecnologia e la scienza non
potevano fallire.
Non conoscevamo, ai tempi della guerra fredda, un’Unione
Sovietica di uomini. Fu certo una
dittatura feroce, che limitò la libertà di stampa e di pensiero richiudendo gli
uomini nei gulag. Ma di quel mondo vedevamo sempre oscuri premier attorniati da inquietanti
ministri, racchiusi in cappotti e colbacchi su gelide piazze rosse. Vedevamo
parate militari e dimostrazioni di forza accanto ad un popolo affamato ed
assoggettato.
A quei tempi non abbiamo mai visto bambini che attendono
padri che non tornano, padri che volano troppo vicino al sole e che cadono,
trascinando un popolo intero in una disgrazia immane. E portando nella loro
tomba l’insostenibile senso di colpa di aver sfidato gli dei perdendo.
La seconda storia che ho scoperto è una storia di città fantasma, di un territorio
immenso, nel cuore dell’Europa, dove gli uomini per migliaia di anni hanno
costruito, coltivato, allevato ed in un sol giorno se ne sono andati per
sempre. Dato che le decine migliaia di anni che saranno necessari perché le
terre evacuate tornino abitabili, rendono l’avverbio sempre il più adeguato.
La città di Pripyat venne evacuata in poche ore con 1100
autobus. Quando ormai i suoi 40.000 abitanti avevano respirato, toccato,
assorbito dosi terribili di radiazioni, si capì che non vi era alternativa. Le
autorità comunicarono che sarebbe stato necessario allontanarsi per qualche
giorno per cui chiesero alla popolazione di prendere l’indispensabile. Non
tornarono più. Come non tornarono più le altre centinaia di migliaia di persone
evacuate dalle aree contaminate di Ucraina, Bielorussia e Russia.
Questa storia richiama il dramma di una deportazione, di un
popolo sradicato dalla sua terra, la sua casa, il suo lavoro. Dagli amici, le
comunità, dalle scuole, dai compagni e le maestre, dai colleghi; da tutto quel
tessuto che è l’essenza della nostra vita. Richiama alla memoria il dramma
degli sfollati del disastro del Polesine o del Vajont. Ma con in più la
tragedia di un veleno invisibile che si è insinuato nel corpo e può portare i
suoi devastanti effetti anche a distanza di decine di anni. E di una terra che
è là, e mai più la si potrà rivedere o rivivere.
Ciò che più mi colpisce però sono le immagini di questo
mondo abbandonato dagli uomini. Di queste città e questi villaggi lasciati
così, un giorno, com’erano. Coi piatti nel lavandino, i quadri al muro, le foto
incorniciate. I giochi nelle stanze dei bambini, i calendari ai muri, i
documenti nei cassetti, le sedie sotto al tavolo. Un gioco lasciato in strada:
corri, dicono che dobbiamo andarcene!
Ogni cosa lasciata lì per sempre. Il bambino che giocava con il gioco ormai sarà
uomo e la madre anziana, se le radiazioni li hanno risparmiati. Ma quell’attimo,
in quelle cose, durerà per sempre.
Le immagini di Pripyat
(sono le più numerose e le più impressionanti), non sembrano scattate da uomini. Pare fosse
una bella città, moderna, piena di fiori e di strutture per il tempo libero.
Ora si vedono questi palazzoni, con le finestre aperte. Nelle
crepe dell’asfalto sono cresciuti alberi, i viali sono percorsi da lupi ed
orsi. Le vetrine dei negozi saccheggiati ospitano una natura che lentamente
riprende possesso di ciò che gli appartiene. I muri, cotti dalle radiazioni, si
scrostano.
Lungo il fiume, le chiatte e le navi arrugginite hanno rotto
le corde che le legavano al porto e la corrente le ha ammassate in un’insenatura.
Negli appartamenti le testimonianze delle vite che li hanno
animati, ornano un silenzio agghiacciante. Definitivo.
Ciò che non mi spiego è come mai queste immagini suscitino
una sorta di macabro interesse e curiosità. Non so definire se sia per sollievo
che si prova poi trovandosi lontani, in una zona dove vivono in media 700 umani
per kilometro quadrato. O se sia la curiosità di cosa sia il mondo senza l’uomo.
O curiosità per l’agghiacciante longevità che hanno le cose rispetto all’uomo,
che si piegano fedeli al suo volere vendicandosi poi con una assoluta
indifferenza rispetto alla sua assenza.
O se sia per l’onnipotenza di noi umani, tanto bravi da
spingerci così avanti da cancellarci schiacciando un semplice tasto.
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